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Il vero motivo per cui “Maria Salvador” di J-Ax strizza l’occhio alla camorra

Luciana Esposito di Luciana Esposito
21 Settembre, 2016
in In evidenza, News
3
Il vero motivo per cui “Maria Salvador” di J-Ax strizza l’occhio alla camorra
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ob_76e0f4_gigli-in-piazza-2011-010L’inviato di “Striscia la notizia” Luca Abete, nei giorni scorsi, ha sganciato quel genere di bomba destinata a destare non poco scalpore.

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Lo showman ha puntato il dito contro J-Ax muovendogli delle accuse forti e ben precise: durante la sua ultima performance napoletana, il cantante avrebbe inneggiato alla camorra.

Abete era presente all’esibizione di J-Ax sul lungomare Caracciolo nel corso del Napoli Pizza Village 2016, dello scorso 11 settembre, e non ha particolarmente gradito la riproposizione dei suoi brani che incentivano all’acquisto e all’uso delle droghe leggere. Secondo Abete, questo equivale a “spalleggiare” la Camorra, perché i brani del rapper proposti in quel particolare contesto sociale assumono i distorti tratti di un messaggio subliminale, più simile ad una sorta di spot pubblicitario volto a favorire gli affari delle piazze di spaccio.

Ad onor del vero, “Maria Salvador”, autentico brano-tormentone di J-Ax risalente alla scorsa estate è stata la canzone protagonista incontrastata della Festa dei Gigli di Barra nel 2015.

Suonata da tutte le paranze – gruppi di squadre che partecipano alla parata trasportando l’imponente giglio lungo le vie del quartiere – la canzone, riprodotta e riproposta in quel contesto, assume tutt’altra e ben più “allarmante” accezione di senso.

Camorra e gigli: un feeling consolidato e più volte smascherato.

A spiegare il legame che intercorre tra le organizzazioni criminali dell’hinterland vesuviano e la secolare festa folcloristica barrese, è proprio un cantante, uno di quelli che anima la festa, direttamente dall’imponente struttura in legno.

Gaetano Gegnoso, detto Babbà, arrestato nel 2012, insieme ad altre cinque persone, proprio nel corso di un’inchiesta relativa alle infiltrazioni camorristiche nell’allestimento del giglio “Insuperabile” della Piedigrotta Barrese e diventato, poi, collaboratore di giustizia.

Commercianti e imprenditori “costretti” a subire un esplicito ricatto estorsivo: una tangente a loro imposta dai clan per finanziare le spese della festa oppure l’obbligo ad acquistare una serie di gadget delle paranze per la “modica” cifra di 50 euro. Un affare da milioni di euro che comprendeva anche la richiesta di denaro ai liberi cittadini.

Il clan Aprea avrebbe controllato il business legato alla festa fino al 2009, quando gli subentrarono i Cuccaro e fu proprio allora che “Babà” iniziò anche a scrivere le canzoni dei gigli “ad hoc” commissionate dal clan. Testi scritti dai camorristi o adattati a messaggi suggeriti dagli stessi per creare e rafforzare il sentimento di affiliazione. Tra le più eclatanti, – senza dimenticare la colonna sonora del film “Il Padrino” – quella ispirata al rapporto tra due boss, Andrea Andolfi detto ‘o minorenne e Angelo Cuccaro, ma anche la canzone scritta nel 2012 contro i magistrati che indagavano proprio sulle infiltrazioni malavitose tra le carcasse dei gigli di Barra.

Nel 2010, proprio a ridosso del giglio più acclamato viene suggellato il patto tra Angelo Cuccaro e Arcangelo Abete, ovvero, tra il boss di Barra e il capo degli Scissionisti di Secondigliano.

Nel 2011, la sfilata in Rolls Royce del padre del boss Angelo Cuccaro proprio nel giorno in cui le strade erano bardate a festa, quale dimostrazione del potere del clan, resta una dei segnali più eclatanti dell’infiltrazione camorristica tra i gigli barresi.

Nel 2012, davanti al “giglio dell’Insuperabile”, il boss Angelo Cuccaro, scarcerato nel 2010 dopo dieci anni di reclusione, con tanto di camicia blu e cappellino da baseball bianco sul capo, detta i tempi e raccogliere l’omaggio dei suoi uomini.

Uno dei due “padrini del giglio”, cioè colui che di fatto ha dato il via alla festa, è suo padre Antonio, che, in quella circostanza, ha dispensato baci sulle labbra ai “picciotti” davanti all’occhio vigile del boss: un gesto che sta a indicare, secondo gli esperti, il totale e indissolubile legame tra gli affiliati.

Il boss pretende per sé gli uomini più forti, i musicisti migliori e più acclamati: la festa deve essere la dimostrazione, tangibile ed eclatante, del suo dominio totale sul territorio. Ragion per cui, quando l’imponente struttura giunge sotto casa del boss, deve rivolgergli il supremo gesto di venerazione tributandogli l’inchino.

Il boss è colui che può dar lavoro e benessere e che può disporre della vita e della morte di tutti. Una sorta di Dio in terra che tutto può, anche imporre ad un prete di benedire l’obelisco del clan con tanto di paramenti sacri nella piazza principale del quartiere.

Il giglio, in quegli anni, è principalmente un tributo subliminale, esplicitamente velato, alla camorra. Uno scempio che si compie alla luce del sole, sotto lo sguardo impassibile e perfino compiaciuto, in molti casi, della cittadinanza.

Una festa che funge da megafono per messaggi destinati ai rivali e agli adepti del clan. I testi delle canzoni dicono tanto ed insegnano tanto alle menti che li memorizzano.

Quell’inchiesta sgomina usi e abusi della camorra in relazione alla secolare festa barese e restituisce al popolo una tradizione ripulita dalle brutture del credo criminale.

“Maria Salvador” diventa così un assist prezioso che ha il (de)merito di sottolineare la macchinosa ed acuta astuzia della camorra: quella canzone è il tormentone del momento e riproporlo in quella sede consente alla malavita organizzata di promuovere l’acquisto di droga, senza rischiare di imbattersi nei “vecchi guai” di cui sopra.

“È una canzone come tante”: potrebbero dire cantanti e reclute delle varie paranze, se interpellati a riguardo, in realtà, in un momento storico in cui le piazze di spaccio rappresentano quasi l’unica fonte di sostentamento dei clan, ricordare che acquistare droga è “cosa buona e giusta” rappresenta un modo ingegnoso e non pericoloso di supportare il business della camorra, mimetizzandosi tra le comode pieghe della “canzone-tormentone”.

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