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Sono Valsav, ma gli amici mi chiamano Sasha

Luciana Esposito di Luciana Esposito
1 Aprile, 2015
in Cronaca, In evidenza
1
Sono Valsav, ma gli amici mi chiamano Sasha
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1cc0244025467b9Sono Valsav, ma gli amici mi chiamano Sasha, ho 44 anni, sono originario della Repubblica Ceca, “vivo” in Italia da circa 10 anni. E sono un clochard. O meglio, quel clochard che si è visto sopraffare da una valanga di cinica, feroce ed inspiegabile violenza. Sono stato picchiato selvaggiamente con bastoni di legno e ferro da un gruppo di persone che mi hanno procurato un trauma cranico, oltre alla frattura degli arti superiori e inferiori.

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Erano in tanti, quattro o forse cinque.

Non lo so, non sono in grado di stabilirlo con precisione, non vedevo nulla, sentivo solo dolore. E paura. Credevo di morire e forse hanno smesso di infierire su di me quando ho perso i sensi, credendo che fossi morto. Simulare la morte mi ha salvato la vita. Probabilmente.

Era una sera come tante, una di quelle che funge da baluardo di una notte di prima primavera. Ancora fredda, ma speranzosa di abbracciare il sole, anche quando è buio. Mi trovavo nei locali abbandonati retrostanti della stazione ferroviaria centrale di Nola. Questi sono i “Grand Hotel” che possono permettersi quelli come me. Un luogo dimenticato e fatiscente, adattato a discarica improvvisata, dove le condizioni igieniche sono rese assai ostili dalla copiosa presenza di rifiuti, anche tossici, impropriamente sversati da cittadini o persone di passaggio.

Eppure, il pericolo insito nelle scorie e nella maleodorante feccia che contaminano quel posto, rappresentavano il “mio male minore.”

Un gruppo di giovani, forse per noia, forse per dare libero, pieno ed appagante sfogo alla follia antisemita che gli gronda nelle vene, hanno scelto di riversare su di me quel delirante tripudio di alacre violenza.

Opson, il mio cane, vedendomi in balia del pericolo, è corso in mio soccorso. Voleva aiutarmi, voleva difendermi. Come solo il più fedele e fidato degli amici avrebbe fatto. Ha provato a difendermi, ma anche lui ha avuto la peggio. Anche a lui hanno fratturato le zampe e lo hanno pestato fino a ridurlo ad una carcassa d’inerme pelo.

Opson, il mio cane, è morto così: ha dato la vita per cercare di sottrarmi dalla cruenta morsa di violenza azionata da altri “esseri umani”. 

Eppure, non sono un balordo, né un attaccabrighe. Sono povero, ma non per questo occupo le mie giornate molestando gli altri, né tantomeno provo a sottrarre agli altri con la forza o sotto la minaccia di un’arma cellulari, portafogli e collanine.

Vivo adagiato ai margini delle strade della città, oltre che ai margini della società.

Cosa ha spinto un gruppo di persone “normali”, nel cuore della notte, a sporcarsi le mani per alzare contro “uno come me”?

Un “ultimo”, un “invisibile”, un “numero zero”.

Vorrei trovare una risposta che conferisca un “senso” alla mia aggressione. Forse servirebbe a farmi star meglio. O forse no. No, non credo che a me servirebbe. Probabilmente, sarebbe più d’aiuto agli altri, gli consentirebbe di conoscere meglio e a fondo la società in cui vivono. Non viviamo. Perché, attraverso le storie come la mia, emerge la cruda verità: noi viviamo relegati negli angoli della scarna indifferenza.

Tante persone, però, quando hanno appreso che le mie ossa erano state barbaramente fracassate da una “banda di balordi perbene” sono insorte, si sono indignate, si stanno mobilitando per offrirmi aiuto. Ne avrò maledettamente bisogno: chissà quanto tempo mi ci vorrà per rimettermi in piedi. Guardando le gambe e le braccia ingessate, non posso evitare di concludere che passeranno mesi prima che potrò ritornare a camminare, ad essere autonomo.

Oggi, mi sono lasciato alle spalle la prima operazione al braccio. Hanno dovuto operarmi in anestesia totale, perché ero agitato. Non riuscivo a farne a meno.

Oggi pomeriggio, inoltre, nel Duomo di Nola, la Comunità di Sant’Egidio ha organizzato una veglia di preghiera per dimostrarmi solidarietà. Quei volontari sì che mi conoscono bene, molte volte mi hanno consegnato un pasto caldo, qualche parola, un sorriso, un timido, ma rassicurante barlume di speranza.

In questi giorni moltissimi cittadini mi stanno dimostrando vicinanza e solidarietà, su Facebook mi hanno dedicato una pagina: “coordinamento Sasha” gestita e seguita da chi vuole concretamente prestarmi aiuto. Grazie a questo gran movimento dell’opinione pubblica e delle associazioni, potrebbe essermi assegnato un alloggio in un edificio della Carità diocesana di Nola, dopo la dimissione dall’ospedale, mentre operatori fisiatri dei servizi sociali dell’ASL potrebbero aiutarmi nella riabilitazione.

Tutto quello che stanno facendo per me, per “uno come me” mi commuove e mi emoziona, ma, non posso fare a meno di chiedermi e chiedervi: dovevo essere ridotto a brandelli per indurre la comunità ad attivare una macchina della solidarietà così gremita e prolifera, coinvolgendo chiesa, comune, istituzioni e cittadini semplici?

 

Tags: . napoliaggressionecaritasclochardnolapestaggiosashastazione di nolavalsav
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