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“La Gomorra di Saviano”, “la Camorra di Schiavone” e la realtà che vive nel mezzo

Luciana Esposito di Luciana Esposito
23 Febbraio, 2015
in In evidenza, News
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“La Gomorra di Saviano”, “la Camorra di Schiavone” e la realtà che vive nel mezzo
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o-GOMORRA-facebookSabato 21 febbraio: su Raitre vanno in onda gli ultimi due episodi di “Gomorra – La Serie”, la seguitissima fiction ideata da Roberto Saviano e completamente volta ad esplicare intrecci camorristici. Crudi, sanguinari, cruenti, feroci, inumani. Un finale al cardiopalma che non lascia nulla di risolto e che proietta l’immaginazione verso innumerevoli e fervide ipotesi. La domanda che solletica la curiosità dei cultori della fiction ambientata tra Napoli Nord e Napoli Est è univoca: Genny Savastano è ancora vivo?

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Domenica 22 febbraio: muore Carmine Schiavone, storico, potente ed influente boss del clan dei Casalesi. Uno dei principali fautori del disastro ambientale della Terra dei fuochi, esecutore e mandante di centinaia di omicidi e per decenni al comando di molteplici attività criminose. Divenuto, poi, collaboratore di giustizia, sono state proprio le sue dichiarazioni, volte a ricostruire decenni di “storia vera” a rendere possibile l’identificazione dei terreni contaminati. S’ipotizza anche che Carmine Schiavone, nel 2008, stesse organizzando un attentato a Roberto Saviano che, poi, venne tempestivamente intercettato e sventato. E tutti, però, continuano ancora a chiedersi se Genny Savastano è ancora vivo.

Quelle “frasi da fiction” divenute autentici capisaldi del gergo comune hanno il lungimirante ed inconsapevole merito di lasciarci comprendere come e quanto la Camorra sia parte integrante delle nostre vite.

Genny Savastano e Carmine Schiavone personificano, rispettivamente, i due poli estremi della faccenda: finzione e realtà che, vicendevolmente, si fondono fino a scendere ad una sorta di tacito compromesso per coesistere. La Camorra che desta fascino e scalpore in una fiction e che, invece, genera omertà e timore nella vita reale.

La Camorra è “Ciro l’immortale” che uccide una ragazzina per salvarsi la pelle, ma la Camorra è anche 500mila lire per ogni fusto di rifiuti speciali da intelaiare nelle viscere della “terra di nessuno”, alla quale, dopo, quando è diventata più putrida delle coscienze degli artefici di quello scempio, hanno ben pensato quantomeno conferirle un “nome ad effetto”. Almeno quello. Come se “Terra dei Fuochi” fosse una sorta di “targa di consolazione”. Per quelle vittime, probabilmente, estese in tutto il mondo. Che sono morte e che moriranno ancora, per effetto dell’azione letale di quei veleni.

La Camorra è anche “tutto quello che vive nel mezzo, tra realtà e finzione”: siamo noi, né attori né camorristi, pedine inconsapevoli di un sistema del quale, inesorabilmente, siamo parte. Sono le nostre vite, troppo spesso costrette ad improvvisare una parte, allorquando si trovano catapultate su set che impongono un braccio di ferro impari tra “volere e potere”.

Ognuno di noi, Dio solo sa quante volte, ha mangiato cibi irradiati da quei veleni, coltivati su quelle lingue di scorie e nocività che si fatica a denominare “terreni”.

La terra è l’humus della vita. La “terra dei fuochi” produce morte.

Ognuno di noi, scende a compromessi, accetta compromessi e subisce compromessi, quando c’è da pagare per prendere il numero per fare la fila alla posta; quando subisce l’estorsione di un minaccioso parcheggiatore abusivo e gli allunga qualche spicciolo nel palmo della mano; quando preferiamo chiuderci nelle stanze dell’indifferenza per “non passare un guaio”; quando assistiamo a scene che non dovremmo vedere, perché non esigono testimoni oculari e “quella è brutta gente, facciamoci gli affari nostri”; quando a dettare “le regole” non è lo Stato e neanche il nostro volere; quando “se volete stare quieti è meglio che fate come vi diciamo”; quando, mentre siamo in attesa che giunga il nostro turno, veniamo sopraffatti da chi ci scavalca, senza chiedere “per favore” o “permesso”, senza rispetto, a dispetto del senso del rispetto; quando accettiamo di pagare per lasciarci riconsegnare un auto che era già nostra e che ci era stata sottratta con la forza dell’irriverente prepotenza; quando l’incapacità di applicare una condotta violenta finisce per trasformarci in “carne da macello” destinata a soccombere ed essere prevaricata da chi, non si fa molti scrupoli ad impugnare le armi e anche ad adoperarle, se è necessario.

Non esiste solo “La Gomorra di Saviano” e “la Camorra di Schiavone”: nel mezzo, la realtà, assorbe, sopporta ed ingloba innumerevoli altre storie, silenziose e meno illustri, eppur parimenti figlie di una tirannia che uccide la più pura e sincera essenza della libertà.

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