Il tifoso del Portici, padre di due bambini e con la moglie in attesa del terzo figlio, è stato colpito alla testa con una mazza da baseball o una spranga dopo la partita vinta dagli ospiti per 2-0. Operato d’urgenza per un’emorragia cerebrale, è ricoverato in condizioni gravissime. Otto persone sono state identificate e denunciate per rissa, anche se resta da individuare chi abbia sferrato il colpo. L’appello della sorella: «Non si può rischiare la vita per una partita di pallone».
Una partita di calcio di Eccellenza, un risultato maturato sul campo, il viaggio di ritorno verso casa. Poi la violenza, un uomo colpito ripetutamente alla testa e una famiglia che si ritrova a pregare davanti a una sala di rianimazione, sospesa tra la speranza e la paura di perdere tutto.
Quanto accaduto domenica 25 ottobre a margine di Puteolana-Portici, disputata allo stadio Domenico Conte di Arco Felice, nel territorio di Pozzuoli, è il racconto dell’ennesimo episodio di violenza riconducibile al tifo calcistico. Un tifoso del Portici di 34 anni è stato aggredito al termine dell’incontro, vinto dalla squadra ospite per 2-0, e ha riportato lesioni gravissime alla testa.
L’uomo è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico all’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli per un’emorragia cerebrale. Le sue condizioni restano critiche e la prognosi è strettamente riservata.
La vicenda ha assunto contorni ancora più inquietanti con l’avanzare delle indagini: otto tifosi della Puteolana sono stati identificati e denunciati per rissa, mentre gli investigatori sono al lavoro per individuare tutti i partecipanti agli scontri e accertare chi abbia materialmente colpito il 34enne.
L’aggressione durante il rientro: il gruppo di tifosi accerchiato
L’aggressione si è verificata lungo via Montenuovo Licola Patria, nei pressi dello stadio e delle rampe di accesso alla Tangenziale.
Un gruppo di sostenitori del Portici stava lasciando la zona per fare ritorno a casa quando sarebbe stato raggiunto da un gruppo di tifosi locali. Sarebbero circa quaranta persone coinvolte negli scontri, alcune delle quali avrebbero agito con il volto coperto.
Il 34enne si trovava in automobile quando sarebbe stato accerchiato, stato tirato fuori dall’abitacolo e colpito violentemente alla testa con un oggetto contundente, probabilmente una mazza da baseball o una spranga.
La dinamica esatta è ancora al vaglio degli investigatori. Saranno le testimonianze, le immagini dei sistemi di videosorveglianza e gli altri elementi raccolti a consentire di ricostruire le singole condotte e individuare le responsabilità.
Otto denunciati, alcuni sono minorenni: caccia a chi ha colpito il 34enne
Le indagini sono state avviate immediatamente dopo l’aggressione e hanno coinvolto gli agenti del commissariato di Pozzuoli e i carabinieri della compagnia locale.
Nella notte tra domenica 25 e lunedì 26 ottobre, le forze dell’ordine hanno identificato otto persone, tutte residenti a Pozzuoli, nei quartieri di Toiano e Sotto il Monte. Tra loro figurano anche alcuni minorenni. Per gli otto è scattata una denuncia per rissa; gli accertamenti proseguono per ricostruire la dinamica degli scontri e verificare le responsabilità dei singoli partecipanti.
L’attività investigativa si concentra sulle immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona, sui filmati eventualmente realizzati dai presenti e sulle testimonianze raccolte.
L’obiettivo è ricostruire l’intera sequenza degli eventi: dalla formazione dei gruppi alle fasi dell’aggressione, fino all’identificazione di chi ha provocato il trauma cranico che ha ridotto il tifoso in condizioni disperate.
È importante precisare che le persone denunciate per rissa non sono automaticamente responsabili del colpo che ha provocato le lesioni più gravi, mentre l’individuazione dell’autore materiale resta uno dei punti centrali dell’inchiesta.
La distinzione non attenua la gravità di quanto accaduto. Al contrario, chiarire le condotte individuali è indispensabile affinché le responsabilità non si disperdano nella massa e perché la violenza non venga archiviata come un episodio indistinto tra tifoserie rivali.
Mario, 34 anni, padre di due figli: la famiglia lancia un appello
Mario, il tifoso fertio, ha 34 anni, è padre di due bambini e la moglie è in attesa del loro terzo figlio.
Mentre le forze dell’ordine cercano di ricostruire la dinamica dell’aggressione, la sua famiglia sta vivendo ore drammatiche. L’intervento chirurgico è stato necessario per contenere l’emorragia cerebrale provocata dal colpo alla testa, ma le condizioni del giovane restano gravissime.
La sorella ha affidato ai social un appello rivolto direttamente alla persona che ha aggredito il fratello, chiedendole di presentarsi alle autorità.
«I medici non ci hanno dato speranze», ha raccontato nel video diffuso online, invitando il responsabile a costituirsi. E poi una frase che restituisce, nella sua semplicità, l’assurdità di quanto accaduto: «Non si può rischiare la vita per una partita di pallone».
Parole che non sono soltanto una richiesta di giustizia, ma il grido di una famiglia che si ritrova a fare i conti con una violenza improvvisa, mentre un padre lotta per la propria vita e tre bambini rischiano di vedere il loro futuro stravolto.
La condanna del prefetto e la presa di posizione delle società
Sulla vicenda è intervenuto il prefetto di Napoli, Michele di Bari, che ha espresso la più ferma condanna per i gravi episodi di violenza verificatisi in occasione dell’incontro.
Il prefetto ha manifestato vicinanza al tifoso ferito e ai suoi familiari, ribadendo che la violenza è incompatibile con i valori dello sport, con la legalità e con i principi della civile convivenza.
La passione sportiva, ha sottolineato, deve essere un’occasione di aggregazione, rispetto reciproco e condivisione. Le condotte violente e i comportamenti che compromettono l’ordine e la sicurezza pubblica non possono trovare giustificazione né essere ricondotti ai valori autentici del calcio.
Anche il Portici 1906 ha diffuso un comunicato di condanna, esprimendo profonda indignazione e dolore per l’aggressione subita dal proprio sostenitore.
La società ha manifestato vicinanza alla famiglia e ha chiesto che venga fatta piena luce sull’accaduto, individuando i responsabili e garantendo giustizia. Nel suo messaggio ha ribadito un principio che dovrebbe essere scontato, ma che episodi come questo costringono a riaffermare: la rivalità deve restare confinata al terreno di gioco e non può trasformarsi in odio e violenza.
Anche la Puteolana 1902 ha condannato con fermezza quanto accaduto, definendo gli episodi una pagina dolorosa e inaccettabile, estranea ai valori dello sport. Il club granata ha espresso solidarietà ai tifosi feriti e alle loro famiglie, con un pensiero particolare per il sostenitore del Portici coinvolto nell’aggressione più grave.
I sindaci di Pozzuoli e Portici in ospedale: «Mario lotta tra la vita e la morte»
Nella giornata di lunedì 26 ottobre, il sindaco di Pozzuoli, Luigi Manzoni, e quello di Portici, Claudio Teodonno, accompagnati dall’assessore allo Sport puteolano Gennaro Andreozzi, hanno fatto visita al tifoso ricoverato all’ospedale Santa Maria delle Grazie.
I due primi cittadini hanno espresso vicinanza alla vittima e ai familiari, assicurando la disponibilità delle rispettive amministrazioni a fornire sostegno in questo momento drammatico.
«Mario sta lottando tra la vita e la morte», hanno dichiarato, ribadendo che il calcio e lo sport non devono avere nulla a che fare con la violenza, la sopraffazione o la criminalità.
I sindaci hanno inoltre richiamato la necessità di rafforzare la prevenzione e il controllo del territorio in occasione delle manifestazioni sportive, chiedendo maggiore attenzione alle condizioni di sicurezza per i cittadini e per i tifosi.
Non è rivalità sportiva: è violenza che mette a rischio la vita
C’è un confine che non può essere cancellato dietro la parola «tifo».
La rivalità sportiva appartiene alla competizione, alla passione, alla possibilità di gioire per una vittoria o soffrire per una sconfitta. Può essere intensa, rumorosa, perfino aspra, ma non autorizza nessuno a trasformare un avversario in un bersaglio.
Quando un gruppo accerchia dei tifosi che stanno tornando a casa e uno di loro viene colpito alla testa con un oggetto contundente, il discorso esce dal perimetro della rivalità calcistica. La questione diventa quella della violenza organizzata, dell’incolumità delle persone e della responsabilità di chi partecipa a un’aggressione.
Non esiste risultato sportivo che possa giustificare un simile comportamento, non esiste colore sociale o maglia che renda meno grave un colpo alla testa e non esiste appartenenza calcistica che possa diventare un alibi per mettere in pericolo una vita.
Il calcio dilettantistico, seguito da comunità intere e vissuto spesso come un elemento di identità territoriale, non può diventare uno spazio nel quale le regole della convivenza civile vengono sospese.
La responsabilità non è soltanto di chi materialmente aggredisce, ma anche delle istituzioni sportive, chiamate a intervenire con misure efficaci, delle società, che devono promuovere una cultura del rispetto, e di tutti coloro che hanno il potere di prevenire episodi simili.
Un giovane in coma, una vita appesa a un filo
Mentre proseguono le indagini, resta la speranza che Mario possa superare questa prova e tornare dalla sua famiglia.
Un uomo di 34 anni, due figli e un terzo in arrivo. Una famiglia che fino a domenica aveva davanti a sé la quotidianità, le preoccupazioni e i progetti di qualsiasi altra famiglia. Oggi, invece, deve confrontarsi con un’incertezza drammatica.
La sorella chiede che chi ha colpito suo fratello si costituisca, le società condannano la violenza, isindaci portano la solidarietà delle comunità, le forze dell’ordine lavorano per identificare tutti i responsabili.










