«Grande uomo», «massimo rispetto», «un uomo di un’altra epoca». La morte di Andrea Andreotti, detto ’o cappotto, riaccende il dibattito sulla mitizzazione dei boss della camorra. Ma dietro la celebrazione dei protagonisti della criminalità organizzata ci sono guerre di potere, estorsioni e vittime innocenti. A cominciare dalla strage del bar Sayonara.
La morte non riscrive la storia. Eppure, quando muore un boss, la memoria collettiva rischia di trasformarsi in qualcosa di molto diverso dalla ricostruzione dei fatti: un processo di riabilitazione post mortem nel quale le responsabilità scompaiono, le vittime finiscono sullo sfondo e il protagonista di una stagione criminale viene restituito alla comunità attraverso una narrazione celebrativa.
È quanto emerge dai commenti comparsi sui social dopo la morte di Andrea Andreotti, conosciuto come ’o cappotto, figura della camorra di Ponticelli negli anni Ottanta e protagonista degli equilibri criminali della periferia orientale di Napoli. Tra i messaggi pubblicati si leggono espressioni come «grande uomo», «massimo rispetto» e «un uomo di un’altra epoca».
Parole che meritano una riflessione. Non perché la morte di una persona debba diventare occasione per invocare condanne morali o negare il diritto al cordoglio, ma perché il rispetto per i morti non può trasformarsi nella cancellazione della storia, né la memoria di un boss può essere costruita ignorando il prezzo umano del potere criminale.
Il curriculum criminale e la parabola di ’o cappotto
Andrea Andreotti, morto a 75 anni, è stato indicato nelle ricostruzioni investigative e giudiziarie come il capo del gruppo camorristico che portava il suo nome, attivo a Ponticelli prima dell’affermazione dei fratelli Sarno.
La sua parabola si sviluppò in una stagione nella quale il controllo delle piazze di spaccio, le estorsioni e la gestione degli affari illeciti alimentavano la competizione tra gruppi criminali. Un sistema nel quale il potere si consolidava attraverso alleanze, intimidazioni e violenza.
Il 21 febbraio 1983 Andreotti fu arrestato insieme ad altri esponenti dell’area cutoliana nell’ambito di un’indagine relativa a rapine ed estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti tra Ponticelli, Cercola e Volla. In un’altra vicenda giudiziaria fu coinvolto nell’omicidio del fratello di Mario Incarnato, collaboratore di giustizia, ma venne successivamente scagionato per mancanza di prove. Le diverse contestazioni devono essere distinte dalle responsabilità definitivamente accertate.
La sua storia si intrecciò successivamente con quella dei Sarno, inizialmente alleati e poi avversari in una guerra che avrebbe modificato profondamente gli equilibri criminali di Ponticelli e Barra.
Nel gennaio 1990 Andreotti venne arrestato a Napoli dopo un periodo di latitanza. Nel dicembre 1991 fu raggiunto a Corvara, in Abruzzo, da un provvedimento che prevedeva un anno di permanenza in una casa-lavoro. Il 6 agosto 1999 fu nuovamente arrestato a Sesto San Giovanni, nel Milanese, nell’ambito di un procedimento che comprendeva contestazioni di associazione mafiosa, estorsione, omicidio e detenzione di armi.
È questa la parabola che le cronache restituiscono: quella di un protagonista della camorra della periferia orientale, il cui nome è rimasto legato alla contesa per il controllo del territorio e alla sanguinosa guerra con il fronte riconducibile ai Sarno.
La strage del bar Sayonara: sei morti, quattro vittime innocenti
C’è una data che impedisce di raccontare quella stagione soltanto attraverso i nomi dei boss e le loro rivalità: 11 novembre 1989.
Quel giorno, a Ponticelli, un commando fece fuoco davanti al bar Sayonara. L’agguato, deciso secondo la ricostruzione giudiziaria dal clan Sarno e realizzato da affiliati al clan Aprea, era diretto contro il gruppo rivale guidato da Andreotti.
Il bilancio fu di sei morti e diversi feriti. Tra le vittime figuravano Antonio Borrelli e Vincenzo Meo, legati all’ambiente criminale preso di mira, ma anche quattro persone completamente estranee alle dinamiche della camorra: Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera.
Quattro vite spezzate dentro una guerra che non avevano scelto. Quattro persone che non erano protagoniste di una faida, non si contendevano il controllo di un quartiere e non avevano alcun potere da conquistare.
Erano cittadini che si trovavano in un luogo della quotidianità, travolti dalla violenza di chi aveva trasformato una contesa criminale in una strage.
Le indagini e i successivi processi portarono all’individuazione dei responsabili. Nel 2013 la Corte d’assise di Napoli inflisse undici ergastoli e altre pene; nel 2016 arrivò la pronuncia della Cassazione sulle condanne per la strage.
È da qui che bisogna partire quando si ricostruisce quella stagione. Non per attribuire ad Andreotti responsabilità che non gli sono state accertate, ma per ricordare che il suo nome appartiene a una storia di guerra tra clan il cui bilancio comprende anche vittime innocenti.
«Grande uomo» e «massimo rispetto»: quando il boss diventa un mito
È proprio il linguaggio utilizzato sui social a sollevare interrogativi.
Definire qualcuno «un uomo di un’altra epoca» può sembrare una semplice constatazione temporale. Ma quando questa espressione si accompagna alla celebrazione di un boss, rischia di alimentare una rappresentazione nostalgica della vecchia camorra: un mondo raccontato attraverso la presunta autorevolezza dei suoi protagonisti, le alleanze, il carisma e il rispetto che sarebbero riusciti a imporre.
Il problema è che il potere criminale non coincide con la grandezza umana.
Un boss può essere stato temuto, aver esercitato influenza, aver costruito relazioni e aver dominato un territorio. Nulla di tutto questo basta a farne un grande uomo. La capacità di imporsi attraverso la forza, la disponibilità a partecipare a un sistema criminale e il peso esercitato negli equilibri di un quartiere non sono titoli di merito da esibire dopo la morte.
La paura non è rispetto. Il potere non è autorevolezza. Il silenzio imposto non è consenso.
La mitizzazione nasce proprio quando queste differenze vengono cancellate. Quando la figura criminale viene separata dal contesto in cui ha operato e trasformata in un personaggio quasi leggendario, mentre scompaiono le conseguenze della violenza e le persone che ne hanno pagato il prezzo.
È una narrazione pericolosa, soprattutto nei quartieri in cui la camorra non è stata una presenza astratta, ma un sistema capace di condizionare la vita quotidiana, le attività economiche, le relazioni sociali e le possibilità di intere generazioni.
La memoria delle vittime non può essere subordinata a quella dei boss
C’è un rischio ulteriore: che la celebrazione dei protagonisti della criminalità finisca per occupare lo spazio che dovrebbe appartenere alla memoria delle vittime.
I boss hanno nomi conosciuti, soprannomi che attraversano le generazioni, storie che vengono raccontate e tramandate. Le vittime innocenti, invece, rischiano di restare relegate a poche righe nelle ricostruzioni delle faide, quando non vengono completamente dimenticate.
Per questo la strage del Sayonara rappresenta un passaggio imprescindibile. Ricordare quella vicenda significa sottrarre la storia di Ponticelli alla narrazione esclusiva dei clan e restituirla anche a chi ha subito la violenza senza averne mai fatto parte.
Significa ricordare Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera non come nomi accessori di una guerra di camorra, ma come persone la cui vita fu spezzata da una violenza criminale.
E significa respingere l’idea che il trascorrere del tempo possa trasformare automaticamente i protagonisti di quella stagione in figure da celebrare.
Non c’è alcuna contraddizione tra il rispetto dovuto a una persona morta e il dovere di raccontarne senza omissioni la storia. Si può dare notizia di un decesso, ricostruire una biografia e contestualizzare una vicenda giudiziaria senza indulgere nella glorificazione.
È questa la differenza tra cronaca e agiografia.
Ponticelli non ha bisogno di santini criminali
La morte di Andrea Andreotti chiude una vicenda personale, ma riporta al centro una questione che riguarda il modo in cui una comunità racconta il proprio passato.
La camorra ha sempre avuto bisogno di costruire consenso, o almeno di alimentare l’idea della propria inevitabilità. La mitizzazione postuma dei boss può contribuire a questo processo, trasformando la violenza in folklore, il dominio in prestigio e le gerarchie criminali in una presunta forma di autorità.
Per contrastare questa narrazione non bastano le commemorazioni istituzionali o le dichiarazioni di principio sulla legalità. Serve anche il coraggio di non piegare la memoria al fascino del personaggio, di non confondere la notorietà con il valore e di non permettere che il racconto dei potenti cancelli quello di chi ha subito le loro guerre.
Ponticelli ha una storia complessa, fatta anche di persone che hanno resistito alla criminalità, di famiglie che hanno pianto i propri cari e di cittadini che hanno continuato a vivere e lavorare in un territorio segnato da profonde ferite.
La sua identità non può essere ridotta a quella dei boss che ne hanno attraversato la storia.
La morte non assolve, il tempo non santifica e il soprannome non restituisce dignità a ciò che la storia documenta.
Chi vuole ricostruire la storia della camorra ha il dovere di farlo. Chi vuole comprendere il passato deve conoscerne anche i protagonisti. Ma nessuno è obbligato a trasformare un boss in un mito.
Perché il vero problema non è ricordare Andrea Andreotti. È decidere come ricordarlo.
E soprattutto chi non dobbiamo dimenticare: le vittime innocenti, le loro famiglie e tutte le persone che hanno pagato il prezzo di un potere criminale che oggi qualcuno, attraverso poche parole sui social, rischia di consegnare alla memoria collettiva come una storia da rimpiangere.










