Due giorni di sciopero nazionale dei medici di medicina generale. A Napoli il presidio dello SMI davanti alla sede Rai di Fuorigrotta: «No al debito orario, salvaguardare il rapporto con i pazienti». Nel mirino l’accordo del 23 giugno sulle Case della Comunità.
Gli studi dei medici di famiglia si fermano per due giorni.
Da martedì 15 settembre fino a giovedì 16 settembre, i medici di medicina generale convenzionata aderenti al Sindacato Medici Italiani (SMI) hanno proclamato uno sciopero nazionale contro il nuovo assetto della medicina territoriale e, in particolare, contro l’accordo stralcio sulle Case della Comunità sottoscritto il 23 giugno.
A Napoli la protesta è arrivata in piazza con un presidio organizzato dallo SMI davanti alla sede Rai di via Guglielmo Marconi, a Fuorigrotta.
Al centro della mobilitazione c’è una questione che riguarda il futuro stesso della medicina di base: come integrare i medici di famiglia nelle nuove strutture territoriali senza trasformare il rapporto con i pazienti e l’organizzazione del lavoro?
Il nodo delle sei ore nelle Case di Comunità
La contestazione principale dello SMI riguarda il cosiddetto “debito orario”.
L’accordo prevede che i medici di medicina generale possano essere chiamati a garantire fino a sei ore settimanali di attività nelle Case di Comunità, nell’ambito dell’organizzazione prevista per la nuova assistenza territoriale.
Per il sindacato non si tratta soltanto di una questione di orario.
Lo SMI contesta l’obbligatorietà della presenza nelle nuove strutture e chiede che l’attività nelle Case di Comunità sia regolata attraverso un sistema volontario, flessibile e separato, senza compromettere l’attività svolta negli studi e il rapporto fiduciario tra medico e assistito.
È questo uno dei punti sui quali il sindacato chiede una revisione dell’accordo.
«Salvaguardare il rapporto con i pazienti»
Per i medici che hanno aderito alla protesta, la trasformazione della medicina territoriale non può tradursi semplicemente nello spostamento di una parte dell’attività dalle singole realtà professionali alle nuove strutture.
Il timore espresso dallo SMI è che il nuovo modello finisca per incidere sul rapporto diretto e continuativo tra medico di famiglia e paziente, uno degli elementi caratterizzanti della medicina generale.
«No al debito orario nelle Case di Comunità» è infatti uno degli slogan della mobilitazione.
Ma la piattaforma dello SMI è più ampia e comprende anche il no al ruolo unico della medicina generale, la richiesta di un doppio canale con accesso volontario alla dipendenza, l’attivazione della scuola di specializzazione universitaria in Medicina generale, il rafforzamento degli organici del 118 e maggiori tutele professionali, comprese quelle relative a infortunio e maternità.
Uno sciopero che non riguarda tutti i medici di famiglia
È importante precisare che la protesta non coinvolge automaticamente tutti i medici di medicina generale.
Lo sciopero è stato proclamato dallo SMI e non è stato condiviso da tutte le organizzazioni della categoria. La FIMMG, la principale organizzazione rappresentativa dei medici di medicina generale, non aderisce alla mobilitazione.
Di conseguenza, l’eventuale chiusura dello studio dipende dall’adesione del singolo medico.
Durante lo sciopero restano comunque garantite le prestazioni indispensabili previste dalla normativa, tra cui le visite domiciliari urgenti, l’assistenza domiciliare ai pazienti fragili e terminali e le altre prestazioni non differibili. Restano inoltre attivi i servizi di emergenza e continuità assistenziale.
La sfida delle Case della Comunità
Dietro lo sciopero c’è una trasformazione più ampia del sistema sanitario italiano.
Le Case della Comunità, previste dal PNRR, sono pensate come uno dei pilastri del nuovo modello di assistenza territoriale: luoghi nei quali concentrare servizi sanitari e sociosanitari e ridurre, almeno nelle intenzioni, la pressione sugli ospedali.
Il problema è come rendere operativo questo modello.
Per lo SMI, l’accordo di giugno rischia di scaricare sui medici convenzionati nuovi obblighi senza aver definito, secondo il sindacato, un’organizzazione adeguata e sufficienti garanzie professionali. La richiesta è quindi quella di rivedere l’impianto e di mantenere la possibilità di un accesso volontario alla dipendenza.
La mobilitazione arriva dopo l’esito negativo delle procedure di raffreddamento e conciliazione avviate con il Ministero del Lavoro.
La posta in gioco è il futuro della medicina territoriale
La protesta dei medici di famiglia apre dunque una discussione che va oltre le due giornate di sciopero.
Da una parte c’è la necessità di costruire una sanità territoriale più organizzata, capace di offrire servizi vicino ai cittadini e di alleggerire il carico sugli ospedali.
Dall’altra ci sono migliaia di professionisti che chiedono di sapere come cambierà concretamente il loro lavoro e quale spazio resterà al rapporto personale con i pazienti.
È un confronto che riguarda anche chi oggi entra nello studio del proprio medico di famiglia e trova una persona che conosce la propria storia clinica, le proprie fragilità e, spesso, anche quelle della propria famiglia.









