Il 12 settembre 1926, a Napoli, nasceva uno degli intellettuali più eclettici della cultura italiana del Novecento: scrittore, giornalista, sceneggiatore, regista, attore, autore radiofonico e paroliere.
Oggi, a cento anni dalla sua nascita, Napoli lo ricorda attraverso quella che è forse la definizione più difficile da dare a un uomo come Pazzaglia: impossibile da rinchiudere in una sola professione.
Pazzaglia non fu semplicemente uno scrittore e nemmeno soltanto un uomo di spettacolo. Fu un intellettuale che aveva scelto l’ironia come lente per guardare il mondo.
Dalla Sanità alla radio, dal cinema alla televisione
Nato e cresciuto nel rione Sanità, Pazzaglia si diplomò nel 1952 in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove ebbe tra i suoi docenti figure come Alessandro Blasetti, Vittorio De Sica e Roberto Rossellini.
Cominciò dal cinema, lavorando come sceneggiatore e regista.
Firmò, tra gli altri, L’onorata società, Farfallon e Separati in casa, ma il suo talento non rimase confinato al grande schermo.
Pazzaglia scrisse per il teatro, lavorò alla radio, pubblicò libri e costruì nel tempo una produzione capace di attraversare generi e linguaggi diversi.
E poi ci furono le canzoni.
Quelle che, forse più di qualsiasi biografia, spiegano quanto il suo nome sia entrato nella memoria collettiva.
L’autore dietro alcune delle canzoni più amate
Pazzaglia fu autore dei testi di alcuni grandi successi della canzone italiana e napoletana interpretati da Domenico Modugno.
Tra questi ci sono E vene ‘o sole, Io, mammeta e tu, Lazzarella, O ccafè e Meraviglioso.
Sono canzoni che hanno attraversato generazioni e dentro quelle parole c’era anche la capacità di Pazzaglia di raccontare Napoli senza trasformarla in una cartolina.
Una Napoli ironica, sentimentale, popolare, contraddittoria, una città capace di ridere persino delle proprie debolezze.
Il filosofo di “Quelli della notte”
Per un’intera generazione il volto di Pazzaglia è rimasto legato soprattutto alla televisione.
Nel 1985, Renzo Arbore lo volle tra i protagonisti di Quelli della notte, dove Pazzaglia interpretava una sorta di filosofo partenopeo, trasformando la conversazione surreale e l’umorismo colto in uno dei momenti più riconoscibili della televisione italiana.
Era un modo di fare televisione che oggi appare quasi irripetibile, non aveva bisogno di urlare, non aveva bisogno di spiegare la battuta.
Gli bastava una frase pregna di cultura, osservazione e una straordinaria capacità di giocare con le parole.
L’ironia come forma di intelligenza
È forse questo il tratto che più di ogni altro resta di Pazzaglia.
La sua ironia non era soltanto comicità, ma uno strumento per leggere la realtà.
Lo dimostrano anche i suoi libri, tra cui Il brodo primordiale, La stagione dei bagni, Partenopeo in esilio e la trilogia storica composta da Il regno dei due cognati, Garibaldi ha dormito qui e La Repubblica romana ha i giorni contati.
Pazzaglia riusciva a prendere la storia, la cultura e la napoletanità e a passarle attraverso il filtro del paradosso. Non per renderle meno serie, ma più leggibili.
Cento anni dopo, Napoli lo riconosce ancora
Nel giorno del centenario, il suo nome torna a essere raccontato.
Il canale web StoriaCinema dedica oggi una puntata speciale a Pazzaglia, con gli interventi di Giovanni Cecini e Michelangelo Iossa. L’iniziativa comprende anche la presentazione di una cravatta realizzata da E. Marinella e ispirata a Così parlò Bellavista, film del quale Pazzaglia fu sceneggiatore e interprete.
È un omaggio significativo perché racconta un uomo che appartiene a una Napoli capace di produrre cultura senza bisogno di separare l’alto dal popolare.
Pazzaglia poteva parlare di storia e di canzoni, di cinema e di radio, di letteratura e di televisione e riusciva a farlo restando sempre profondamente napoletano.
Morì a Roma il 4 ottobre 2006, a 80 anni, ma cento anni dopo la sua nascita, il tempo sembra avergli fatto un regalo particolare.
Le sue canzoni continuano a essere cantate, le sue battute continuano a essere ricordate, i suoi personaggi continuano a vivere nella memoria televisiva e le sue parole continuano a raccontare una città che, nel frattempo, è cambiata moltissimo.
Forse è questa la misura più autentica della grandezza di un autore: non quanto a lungo rimane in scena, ma quanto tempo riesce a restare dentro le persone.
E Riccardo Pazzaglia, a cento anni dalla nascita, è ancora lì: in una canzone, in una battuta, in una pagina. E soprattutto in quella forma tutta napoletana di guardare il mondo con intelligenza, ironia e un sorriso che non è mai soltanto un sorriso.











