La figlia della testimone di giustizia uccisa dalla ’ndrangheta è morta dopo un gesto suicidario. Aveva la stessa età della madre quando Lea venne assassinata nel 2009. Una vita trascorsa tra protezione, perdita, fragilità e il tentativo di costruire un futuro lontano dalla violenza
Una vita intera trascorsa a cercare di sopravvivere a una storia che avrebbe dovuto appartenere soltanto al passato.
Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, è morta a 35 anni dopo un gesto suicidario. La notizia chiude nel modo più drammatico una vicenda umana segnata fin dall’infanzia dalla violenza della ’ndrangheta e dalla perdita della madre.
E c’è una coincidenza che rende ancora più dolorosa questa storia: Denise aveva 35 anni, la stessa età che aveva sua madre Lea quando venne assassinata.
La figlia per cui Lea aveva scelto di ribellarsi
Lea Garofalo non era soltanto una donna che aveva deciso di rompere con il mondo criminale nel quale era cresciuta, era soprattutto una madre.
La sua scelta di collaborare con la giustizia fu legata anche alla volontà di garantire alla figlia Denise un’esistenza diversa, lontana dalle logiche e dalle imposizioni della ’ndrangheta.
Lea e Denise furono inserite nel programma di protezione, ma la vita sotto tutela ebbe un prezzo altissimo: trasferimenti, isolamento, la necessità di ricominciare continuamente e il tentativo di costruire una normalità che sembrava sempre sul punto di sfuggire.
Nel 2009 Lea venne assassinata a Milano dall’ex compagno Carlo Cosco, insieme ad altri complici. Le indagini e il successivo processo ricostruirono una vicenda criminale culminata nell’uccisione della donna e nella distruzione del suo corpo. Le condanne nei confronti dei responsabili sono diventate definitive.
Denise, ancora giovanissima, si ritrovò così privata della madre e costretta ad affrontare un’altra battaglia: quella per la verità.
La testimonianza contro il padre
Denise scelse di parlare. La sua testimonianza fu fondamentale nel processo per l’omicidio di Lea e la portò a schierarsi contro il proprio padre, Carlo Cosco, e contro altri esponenti della famiglia.
Una scelta di enorme coraggio, soprattutto considerando il prezzo che quella decisione comportava.
Dopo la morte della madre, Denise rimase sotto protezione, cambiò identità e visse in una località segreta. Il percorso di protezione è proseguito fino al 2018, con il sostegno del Servizio Centrale di Protezione, di don Luigi Ciotti e di Libera.
Per anni il suo volto è rimasto lontano dai riflettori, nonostante la notorietà della vicenda della madre, Denise aveva cercato di difendere ciò che restava della sua vita privata.
«Mio padre uccise mia madre, ma provo pena per lui»
C’è una frase attribuita a Denise che oggi assume un peso ancora più doloroso.
Parlando del padre, disse di provare soltanto pena per lui, perché non aveva compreso ciò che aveva perso: una famiglia, una figlia, l’amore, non odio né vendetta.
Quasi il tentativo di liberarsi anche dal peso di una rabbia che avrebbe potuto continuare a tenerla legata alla stessa storia dalla quale sua madre aveva cercato di fuggire, ma liberarsi dal passato non sempre significa riuscire a cancellarlo.
Una vita dopo la protezione
Dopo gli anni trascorsi sotto tutela, Denise aveva provato a ricominciare.
Aveva trovato un lavoro, aveva costruito una nuova vita e aveva avuto un figlio, che oggi ha quasi quattro anni, ma il suo percorso è stato segnato anche da momenti di profonda fragilità, dalla droga e da ricoveri.
La sua non è stata dunque soltanto la storia della figlia di una vittima di mafia, ma quella di una ragazza costretta a diventare adulta troppo presto, di una testimone chiamata a scegliere tra il silenzio e la verità, di una donna che ha provato a ricostruire un’esistenza dopo essere stata privata della madre e dopo aver dovuto rinunciare persino alla propria identità.
Il nome di Lea, il dolore di Denise
La storia di Lea Garofalo è diventata negli anni uno dei simboli della ribellione alla ’ndrangheta.
Una donna che aveva scelto di rompere con la cultura criminale per proteggere se stessa e soprattutto sua figlia, Denise aveva raccolto quella scelta, aveva testimoniato, raccontato e contribuito a consegnare alla giustizia gli uomini responsabili della morte della madre, ma una testimonianza può consegnare alla storia la verità su un delitto. Non può cancellare il trauma di chi quel delitto lo ha vissuto sulla sua pelle ed è forse questo l’aspetto più difficile da comprendere quando si raccontano le storie dei testimoni di giustizia: dopo le sentenze, dopo gli arresti, dopo le commemorazioni, la vita continua. E continua con ferite che non sempre sono visibili.
La morte di Denise riapre oggi quella ferita.
Non cancella il coraggio dimostrato negli anni, ma costringe ancora una volta a interrogarsi sul prezzo umano che può lasciare una violenza criminale anche molto tempo dopo che i suoi protagonisti sono stati assicurati alla giustizia.
Una madre e una figlia, lo stesso dolore
Lea aveva combattuto perché Denise potesse essere libera, Denise aveva combattuto perché la verità sulla morte di Lea non venisse sepolta insieme a lei.
Due donne, unite da un legame che la violenza aveva provato a spezzare e che invece è rimasto intatto.
Oggi Denise non c’è più.
Resta una storia difficile, che non può essere ridotta a un titolo né trasformata in una semplice sequenza di tragedie.
Lea Garofalo aveva scelto di ribellarsi alla ’ndrangheta per dare a sua figlia un futuro diverso. Denise ha combattuto per anni per sopravvivere a ciò che quella scelta aveva comportato.
La sua morte non cancella il coraggio di entrambe e forse il modo più giusto per ricordarle è proprio questo: non fermarsi alla tragedia, ma continuare a raccontare la libertà per la quale Lea aveva scelto di rischiare tutto e che Denise, per tutta la sua vita, aveva cercato di conquistare.











