Era il 1° settembre 2024 quando i vigili del fuoco arrivarono in via Torre Poerio, a Pianura, per spegnere un incendio di sterpaglie. Pensavano di trovarsi davanti all’ennesimo rogo di una zona di campagna. Tra le fiamme, invece, emerse qualcosa che trasformò quell’intervento in una scena del crimine.
C’era un corpo umano.
Era Gennaro Ramondino, 20 anni.
Il cadavere era quasi completamente carbonizzato. Le prime analisi medico-legali accertarono la presenza di tre ferite da arma da fuoco. Gli investigatori ipotizzarono subito che il giovane fosse stato ucciso altrove e che il corpo fosse stato successivamente trasportato nella campagna di Pianura, dove era stato dato alle fiamme.
Non era, però, la prima volta che Gennaro si trovava davanti alla morte.
La prima volta era riuscito a salvarsi
Il 9 settembre 2022, quando aveva appena 18 anni, Ramondino era stato vittima di un agguato a Varcaturo.
Era alla guida della sua auto quando una vettura lo affiancò. Dal mezzo partirono diversi colpi di pistola. Gennaro riuscì a fuggire, ma venne raggiunto dai proiettili a un braccio e a una gamba. Fu trasportato in ospedale e riuscì a sopravvivere.
Sembrava una storia dalla quale era riuscito a uscire vivo. Due anni più tardi, invece, quella stessa violenza sarebbe tornata a cercarlo. Questa volta non ci sarebbe stata una corsa verso l’ospedale.
L’omicidio e il corpo dato alle fiamme
Le indagini della Squadra Mobile di Napoli hanno successivamente ricostruito una dinamica ancora più inquietante.
Secondo l’accusa, Gennaro sarebbe stato attirato in un sottoscala di via Comunale Napoli, un luogo utilizzato come piazza di spaccio. Qui sarebbe stato ucciso a colpi di pistola. Il corpo sarebbe stato poi trasportato in una zona isolata di Pianura e dato alle fiamme nel tentativo di distruggerlo e impedirne il riconoscimento.
Il movente individuato dagli investigatori sarebbe stato legato a contrasti nella gestione dello spaccio di droga.
E c’è un particolare che rende questa vicenda ancora più drammatica. A sparare, secondo l’accusa, sarebbe stato un ragazzo che all’epoca aveva 16 anni.
Il killer aveva 16 anni
Il minorenne era già detenuto per un altro procedimento quando gli venne notificata la misura cautelare per l’omicidio di Ramondino.
Durante il procedimento ha poi ammesso di essere stato l’autore dell’omicidio. Nel febbraio 2025 il Tribunale per i minorenni lo ha condannato a 15 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio e distruzione di cadavere. È stato invece assolto dall’accusa relativa al traffico di stupefacenti ed è stata esclusa l’aggravante della finalità mafiosa.
Secondo quanto riferito dal giovane durante il processo, avrebbe agito per compiacere persone più grandi che gestivano una piazza di spaccio. «Mi dicevano che ero sveglio e potevo crescere con loro», ha raccontato in aula, spiegando di essersi sentito manipolato.
Una ricostruzione giudiziaria che aggiunge un elemento ancora più inquietante alla vicenda: un adolescente trasformato in esecutore della violenza di adulti.
Non solo un omicidio
La storia di Gennaro Ramondino non può essere letta soltanto attraverso la cronaca nera.
Gennaro aveva vent’anni. Aveva già conosciuto le pistole, aveva già rischiato di morire, aveva già attraversato una sparatoria.
Il suo passato era stato attenzionato dagli investigatori: aveva un piccolo precedente, ma non risultavano condanne definitive. Era inoltre indicato dalle cronache come vicino ad ambienti della criminalità locale e al gruppo emergente di Massimiliano Santagata. Sono elementi che fanno parte dell’inchiesta e del contesto nel quale maturò il delitto, ma che non possono trasformarsi automaticamente in una sentenza sulla persona oltre ciò che è stato accertato giudiziariamente.
Poi c’è il padre, Salvatore Ramondino, indicato nelle informative investigative come figura di rilievo della criminalità dell’area.
La camorra che recluta adolescenti
Quando a uccidere è un sedicenne e a morire è un ventenne, la cronaca racconta qualcosa che va oltre il singolo delitto.
Racconta una criminalità capace di entrare nell’adolescenza, di trasformare il bisogno di appartenenza in obbedienza, il desiderio di essere riconosciuti in disponibilità alla violenza, la voglia di sentirsi importanti in una pistola impugnata contro qualcuno.
Il caso Ramondino ha mostrato anche come la violenza possa diventare un meccanismo collettivo: secondo le indagini, dopo l’omicidio altre persone avrebbero contribuito a spostare e distruggere il cadavere. Nel dicembre 2024 due uomini furono arrestati con l’accusa di aver partecipato alle operazioni successive al delitto e alla distruzione del corpo.
Quello che racconta la storia di Gennaro
Ricordare e raccontare Gennaro Ramondino soltanto come un ragazzo ucciso e bruciato significherebbe fermarsi alla superficie.
La sua storia racconta una periferia nella quale alcuni ragazzi possono entrare in contatto con la criminalità quando sono ancora adolescenti, ma anche il potere dei gruppi criminali di offrire appartenenza, identità e una falsa idea di rispetto e soprattutto mostra il volto più feroce di una violenza che non aspetta nemmeno più l’età adulta per manifestarsi.
E soprattutto racconta una generazione che rischia di essere consumata prima ancora di avere il tempo di diventare adulta.
Gennaro aveva vent’anni.
Era sopravvissuto a un agguato quando ne aveva diciotto.
Due anni dopo è stato ucciso con tre colpi di pistola e il suo corpo è stato dato alle fiamme.
Il fuoco avrebbe dovuto cancellare le tracce, ma non la storia.
E oggi quella storia ci obbliga a guardare non soltanto verso chi ha premuto il grilletto, ma verso tutto ciò che è accaduto prima: i ragazzi avvicinati dalla criminalità, i modelli di violenza che diventano normalità, le periferie nelle quali una pistola può diventare più convincente di una scuola, di un lavoro, di un futuro.











