Il9 agosto 2020 la vita di Gianmarco “Gimmy” Pozzi si è interrotta a Ponza e quella della sua famiglia è rimasta sospesa in una domanda che ancora oggi non ha una risposta capace di mettere tutti d’accordo.
Gianmarco aveva 28 anni ed era originario di Roma, un atleta dal fisico possente, campione di kickboxing e allenatore. Durante l’estate lavorava sull’isola come addetto alla sicurezza di un locale.
Quella mattina il suo corpo venne trovato senza vita in un’intercapedine tra muri nella zona di Santa Maria, dopo una caduta da alcuni metri.
Fin dalle prime ore venne presa in considerazione l’ipotesi di una caduta accidentale. Successivamente, però, la Procura di Cassino arrivò a indagare anche per omicidio, mentre la famiglia iniziò a contestare diversi aspetti della ricostruzione.
Per i familiari di Gimmy non era sufficiente spiegare la morte attraverso una semplice caduta e così è iniziata una lunga battaglia fatta di perizie, consulenze, ricostruzioni e interrogativi.
Una morte ancora avvolta dai dubbi
Una delle prime ricostruzioni medico-legali collegò la morte a una caduta e ipotizzò che il giovane potesse essere stato vittima di un episodio legato all’assunzione di sostanze stupefacenti. Nel dicembre 2020 la consulenza medico-legale e tossicologica indicò infatti come possibile scenario quello di un incidente avvenuto mentre Gianmarco si trovava sotto l’effetto di droga.
La famiglia, però, non ha mai ritenuto quella spiegazione sufficiente.
Negli anni sono emersi ulteriori elementi che hanno alimentato interrogativi.
Nel 2023, ad esempio, furono individuate due tracce di DNA maschile non ancora attribuite su una carriola che, secondo quanto riportato dalla stampa, sarebbe stata utilizzata per spostare il corpo.
Un elemento che, da solo, non dimostra l’esistenza di un omicidio e che deve essere valutato nel complesso degli accertamenti, ma che ha contribuito a mantenere aperto il dibattito sulla dinamica della morte.
La famiglia: “Vogliamo sapere cosa è successo”
Per sei anni i familiari di Gianmarco hanno continuato a chiedere che ogni elemento fosse verificato.
La famiglia pretende di sapere cosa sia successo realmente.
Nel frattempo, l’indagine ha toccato anche il mondo dello spaccio di droga sull’isola. Gli accertamenti avviati dopo la morte di Gianmarco portarono la Procura a individuare, secondo quanto riferito nel 2024, un’attività di traffico di stupefacenti a Ponza e a notificare la conclusione delle indagini a sette persone per diversi reati.
Ma questo filone non ha prodotto, almeno finora, una ricostruzione giudiziaria definitiva della morte di Pozzi.
Il telefono di Gianmarco e la nuova svolta
Oggi il punto più delicato della vicenda riguarda proprio il suo cellulare.
Nel luglio 2026 il Tribunale di Cassino ha respinto la richiesta di archiviazione relativa al procedimento per presunta frode processuale legato alle operazioni eseguite sul telefono e ha ordinato alla Procura nuovi accertamenti, da svolgere entro novanta giorni.
Secondo la denuncia presentata dal padre di Gianmarco, Paolo Pozzi, attraverso il legale Fabrizio Gallo, ci sarebbero state incongruenze relative alle condizioni del dispositivo e alle operazioni compiute durante il tentativo di effettuare la copia forense.
Il consulente aveva riferito di aver ricevuto il telefono con il display danneggiato e che, durante le operazioni finalizzate allo sblocco, il dispositivo sarebbe entrato nella modalità di blocco permanente prevista dal sistema Apple.
Una ricostruzione contestata dalla famiglia, che sostiene invece che il telefono fosse funzionante al momento del ritrovamento.
Il giudice ha ritenuto necessari ulteriori approfondimenti, compresa la verifica delle condizioni in cui il telefono fu consegnato al consulente e della sua custodia precedente agli accertamenti.
Quella telefonata delle 11.21
C’è poi un altro elemento che la famiglia considera particolarmente significativo.
Secondo una consulenza tecnica di parte resa pubblica nel giugno 2026, dal telefono di Gianmarco risulterebbe una chiamata in uscita alle 11.21, che sarebbe stata effettuata pochi minuti dopo l’orario ritenuto compatibile con la sua morte. Il destinatario sarebbe stato un amico che viveva con lui nell’alloggio sull’isola.
È un elemento che dovrà essere verificato dagli investigatori.
Non può essere trasformato automaticamente nella prova di un omicidio, né consente da solo di stabilire chi abbia eventualmente utilizzato il telefono.
Ma proprio per questo diventa importante capire se quella chiamata sia realmente partita dal dispositivo, in quali condizioni e attraverso quale procedura tecnica sia stata registrata.
Sono domande che rientrano negli ulteriori accertamenti disposti dal Tribunale.
Sei anni dopo, il caso resta aperto nelle domande
Nel novembre 2024 la Procura di Cassino aveva chiesto l’archiviazione dell’indagine sulla morte di Gianmarco, ritenendo che gli elementi raccolti non consentissero di sostenere l’ipotesi di omicidio.
Gli ultimi sviluppi, però, hanno riportato il caso sotto i riflettori.
È fondamentale essere precisi: non significa che oggi esista una sentenza che stabilisca che Gianmarco sia stato ucciso e non significa neppure che siano state accertate responsabilità penali a carico di qualcuno.
Quello che esiste è un procedimento nel quale il giudice ha ritenuto necessario effettuare ulteriori accertamenti sul telefono e sulle modalità con cui è stato esaminato ed è proprio questo che impedisce, almeno sul piano delle domande sollevate dalla famiglia, di considerare definitivamente chiusa ogni questione.
Gimmy prima del caso di cronaca
Prima di diventare “il ragazzo morto a Ponza”, era Gimmy: un figlio, un fratello, un atleta.
Era un giovane che aveva costruito una parte importante della propria identità attraverso lo sport, fino a diventare campione italiano di kickboxing e poi allenatore. Nel 2020 era arrivato a Ponza per lavorare durante la stagione estiva.
Aveva 28 anni, aveva davanti tutto ciò che una persona di quell’età dovrebbe poter immaginare: il lavoro, gli affetti, nuovi traguardi, altri progetti.
La sua famiglia, invece, da quella mattina vive dentro una dimensione completamente diversa.
Una dimensione fatta di fotografie, ricordi e documenti giudiziari e di una domanda che non smette di tornare: che cosa è successo davvero a Gianmarco Pozzi.
Il tempo non ha cancellato questa domanda, l’ha resa più pesante, perché sei anni significano sei compleanni mancati, sei estati senza Gimmy, sei anniversari trascorsi davanti a una fotografia e migliaia di giorni durante i quali una famiglia ha continuato a chiedersi se quella mattina qualcuno avrebbe potuto spiegare ciò che era accaduto.











