Dopo quasi tre decenni un’abitazione del rione Sanità torna nella disponibilità della legittima proprietaria. La Polizia ha eseguito un decreto di sequestro preventivo emesso dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione distrettuale antimafia partenopea: l’immobile di vico Donnaregina era occupato da 28 anni da componenti della famiglia Misso.
L’abitazione, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, era stata occupata senza titolo e nel corso degli anni era rimasta nella disponibilità di Celeste Misso, 52 anni, figlia di Umberto Misso e nipote di Giuseppe Misso, storico esponente della criminalità organizzata del rione Sanità, insieme ai suoi due figli di 20 e 29 anni.
L’esecuzione del provvedimento è stata affidata agli agenti del commissariato Vicaria di Napoli, che hanno notificato lo sgombero e consentito la restituzione dell’immobile alla proprietaria. Le indagini sono state condotte dalla Sezione di Polizia giudiziaria della Procura della Repubblica di Napoli.
Secondo la ricostruzione della Procura, agli occupanti viene contestato il reato di occupazione arbitraria di immobile destinato al domicilio altrui aggravata dalla circostanza del metodo mafioso. Contestato anche un presunto allaccio abusivo alla rete elettrica protratto per circa cinque anni.
Una vicenda che riporta al centro il tema delle occupazioni abusive legate alla forza intimidatrice dei clan e alla difficoltà, per molti cittadini, di rientrare in possesso dei propri beni quando dall’altra parte c’è il peso di un cognome e di una storia criminale.
Il nome Misso è da decenni legato alle dinamiche criminali del rione Sanità, un territorio che ha vissuto stagioni segnate da faide e scontri tra gruppi camorristici. Giuseppe Misso, detto “’o nasone”, è stato considerato uno dei protagonisti della storia criminale del quartiere prima della sua collaborazione con la giustizia.
La restituzione dell’immobile rappresenta dunque anche un segnale sul piano simbolico: una casa sottratta per anni alla disponibilità del proprietario torna alla collettività e alla legalità. Non è soltanto una liberazione materiale di quattro mura, ma il recupero di uno spazio che per quasi trent’anni aveva raccontato un’altra storia: quella del potere esercitato attraverso la paura e dell’attesa di chi, per troppo tempo, ha dovuto aspettare che lo Stato riaffermasse il proprio ruolo.










