Per i primi giorni c’erano il silenzio, lo sgomento, il cordoglio. Le fotografie sorridenti, i messaggi di vicinanza, le promesse di verità. Luca Esposito era il giornalista trovato senza vita nelle campagne del Salernitano, un uomo strappato alla vita in modo brutale. Tutti si chiedevano chi fosse il suo assassino e perché fosse stato ucciso.
Poi qualcosa è cambiato.
Con il fermo del presunto responsabile, un ventiseienne di nazionalità tunisina, irregolare e senza fissa dimora, l’attenzione si è progressivamente spostata dalla ricerca della verità alla ricerca del dettaglio morboso.
Non più il delitto, ma la vita privata della vittima. Non più le responsabilità di chi è accusato dell’omicidio, ma le frequentazioni, gli orientamenti, le abitudini di chi non può più difendersi.
È un copione già visto, eppure ogni volta riesce a sorprendere per la sua crudeltà.
In poche ore Luca Esposito è diventato, agli occhi di una parte dell’opinione pubblica, quasi un imputato. Si è iniziato a passare al setaccio ogni aspetto della sua esistenza, come se un’eventuale omosessualità potesse spiegare o addirittura attenuare la violenza subita. Come se l’identità personale di una vittima avesse il potere di modificare la gravità di un omicidio.
È un meccanismo perverso che dice molto più di noi che della vicenda.
Sui social si sono moltiplicati commenti intrisi di omofobia, insinuazioni, allusioni volgari. Altri hanno scelto la strada opposta, trasformando la nazionalità del presunto assassino in un pretesto per alimentare odio indiscriminato contro un intero popolo. Due facce della stessa medaglia: da una parte il pregiudizio verso chi si presume fosse omosessuale, dall’altra il razzismo verso chi con quel delitto potrebbe non avere nulla a che fare se non la stessa provenienza geografica dell’indagato.
In entrambi i casi, la verità scompare.
Un omicidio resta un omicidio, non cambia se la vittima è eterosessuale o omosessuale. Non cambia se il presunto responsabile è italiano o straniero.
Le responsabilità sono individuali, mai collettive. E la dignità di una persona non dovrebbe essere messa ai voti nel tribunale dei social.
La cronaca ha il dovere di raccontare i fatti, anche quelli scomodi, ma c’è una differenza sostanziale tra informare e scavare nel privato alla ricerca del particolare che alimenti curiosità, clic e indignazione. Quando il focus si sposta dalla violenza subita alla vita intima della vittima, il rischio è quello di infliggerle una seconda condanna.
Luca Esposito oggi non può rispondere alle insinuazioni. Non può spiegare, smentire, difendersi. E forse è proprio questo il punto: i morti sono i bersagli più facili.
Non querelano, non replicano, non chiedono rettifiche.
Il dolore dei familiari, però, resta,,unitamente al peso di leggere il nome di una persona amata trascinato nel fango proprio mentre si cerca ancora giustizia.
Forse dovremmo fermarci un momento e chiederci quando abbiamo smesso di considerare sacra la dignità delle vittime. Quando il bisogno di sapere si è trasformato nella pretesa di conoscere tutto, anche ciò che nulla aggiunge alla comprensione di un delitto.
Perché tra il primo giorno, fatto di lacrime e solidarietà, e quelli successivi, pieni di sospetti, odio e calunnie, non è cambiata la vittima. Siamo cambiati noi, o forse abbiamo semplicemente mostrato il volto peggiore di una società che troppo spesso confonde il diritto di cronaca con il diritto di violare la memoria di chi non c’è più.











