Quasi otto secoli di carcere. È la richiesta avanzata dal pubblico ministero Alessandro Milita al termine della requisitoria nel maxiprocesso per le violenze avvenute il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Complessivamente sono stati chiesti 766 anni di reclusione nei confronti di 102 imputati, tra appartenenti alla Polizia Penitenziaria e altri funzionari coinvolti nei fatti avvenuti durante il primo lockdown per la pandemia di Covid-19.
L’inchiesta riguarda il violento pestaggio di quasi 300 detenuti, avvenuto all’indomani di una protesta scoppiata all’interno dell’istituto penitenziario per le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza, diffuse negli anni successivi, mostrarono detenuti costretti a transitare in un corridoio di agenti mentre venivano colpiti con calci, pugni e manganelli, dando origine a uno dei più gravi scandali che abbiano coinvolto il sistema penitenziario italiano.
Le richieste di condanna sono particolarmente elevate soprattutto per la contestazione del reato di tortura, formulata nei confronti di quasi la metà degli imputati. A circa una ventina di loro viene inoltre contestata la responsabilità per la morte del detenuto algerino Hakimi Lamine, deceduto dopo i fatti oggetto dell’inchiesta.
La pena più severa richiesta dalla Procura è di 21 anni di reclusione nei confronti dell’allora comandante del Gruppo Operativo di Supporto (GOS) della Polizia Penitenziaria, ritenuto tra i principali responsabili dell’operazione condotta all’interno del carcere. Per tutti gli altri imputati le richieste variano in base alle singole contestazioni, che comprendono, oltre alla tortura, lesioni, abuso di autorità, falso e altri reati connessi ai fatti del 6 aprile 2020.
Il procedimento rappresenta uno dei più grandi processi mai celebrati in Italia per presunti abusi commessi all’interno di un istituto penitenziario. Dopo la conclusione della requisitoria dell’accusa, il dibattimento entrerà nella fase dedicata alle arringhe difensive, prima della sentenza di primo grado attesa nei prossimi mesi.
Il caso di Santa Maria Capua Vetere ha segnato profondamente il dibattito pubblico sulla tutela dei diritti dei detenuti e sulla responsabilità degli appartenenti alle forze dell’ordine nell’esercizio delle proprie funzioni. Le immagini dei pestaggi fecero il giro del Paese e portarono anche all’apertura di procedimenti disciplinari e amministrativi, oltre all’inchiesta penale culminata nel maxiprocesso ancora in corso.








