Un piano cinico e inquietante, elaborato non per colpire direttamente le vittime designate, ma per attirare l’attenzione delle forze dell’ordine e della magistratura sui gruppi camorristici avversari. È quanto emerge dalle dichiarazioni rese agli inquirenti da Pasquale Cristiano, ritenuto reggente del clan della “167” di Arzano, contenute nell’ordinanza emessa dal gip di Napoli Nicoletta Campanaro nell’ambito di una vasta operazione contro la camorra che ha portato all’esecuzione di 17 misure cautelari per associazione mafiosa, estorsione aggravata e usura.
Al centro delle rivelazioni vi sono due episodi che negli ultimi anni hanno suscitato forte allarme nell’area nord di Napoli: l’attentato contro il parroco del Parco Verde di Caivano, Don Maurizio Patriciello, e la vicenda dei manifesti funebri affissi con il nome del comandante della polizia locale di Arzano, Biagio Chiariello.
Secondo quanto riferito da Cristiano agli investigatori della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, l’obiettivo di queste azioni non sarebbe stato quello di intimidire direttamente il sacerdote o il comandante dei vigili urbani, ma di creare tensione sul territorio e indirizzare l’attenzione investigativa verso i clan rivali impegnati nella lotta per il controllo delle attività criminali tra Arzano e Caivano.
Le dichiarazioni risalgono al 24 ottobre 2022, alcuni mesi dopo l’esplosione dell’ordigno avvenuta il 12 marzo dello stesso anno davanti alla chiesa di don Patriciello. Un episodio che suscitò indignazione in tutta Italia e che venne interpretato come un attacco alla figura simbolo dell’impegno contro la camorra nel Parco Verde.
«La bomba a don Patriciello? Si tratta di un’iniziativa dei Monfregolo che volevano far ricadere la colpa sui Ciccarelli che stavano appoggiando me», avrebbe raccontato Cristiano agli inquirenti. Secondo la sua ricostruzione, lo scopo era quello di generare confusione e aumentare la pressione investigativa in un momento di forte conflittualità tra gruppi criminali.
Analoga la strategia che avrebbe portato alla diffusione dei manifesti funebri con il nome e la fotografia del comandante Chiariello. Cristiano ha spiegato che l’idea nacque mentre si trovava detenuto e cercava un modo per indebolire il gruppo rivale dei Monfregolo. Sapendo che il comandante della polizia locale era considerato particolarmente attivo e determinato nella lotta alla criminalità, il boss avrebbe deciso di sfruttarne la reazione per aumentare la pressione sulle organizzazioni avversarie.
Nel corso dell’interrogatorio, Cristiano avrebbe espresso anche rammarico per le conseguenze di quelle azioni. «Sono molto dispiaciuto del fatto che oggi il comandante abbia la scorta, così come don Maurizio Patriciello», avrebbe dichiarato, sostenendo di non aver avuto l’intenzione di minacciare personalmente i due destinatari degli atti intimidatori.
Secondo quanto emerge dagli atti, il capoclan riteneva che le tradizionali azioni violente, come le cosiddette “stese” e i raid armati contro i rivali, non fossero più sufficienti a modificare gli equilibri criminali. Da qui la scelta di puntare su azioni capaci di attirare l’attenzione mediatica e investigativa.
Cristiano ha inoltre raccontato che nel marzo 2022, mentre era detenuto, avrebbe incaricato tramite Instagram una persona di fiducia di realizzare il manifesto funebre e una ghirlanda commemorativa utilizzando una fotografia del comandante reperita su internet. A suo dire, la successiva risposta del gruppo rivale sarebbe stata proprio l’attentato contro la chiesa di don Patriciello.
Le dichiarazioni del collaboratore rappresentano ora un ulteriore tassello nell’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, impegnata a ricostruire gli assetti e le responsabilità dei gruppi criminali operanti tra Arzano, Caivano e i comuni dell’area nord del capoluogo campano.











