Oggi Melania Rea avrebbe compiuto 44 anni. Un compleanno che riporta alla memoria uno dei casi di cronaca nera più sconvolgenti degli ultimi decenni in Italia: l’omicidio della giovane madre trovata morta il 20 aprile 2011 nel bosco di Ripe di Civitella, nel Teramano. Un delitto che scosse l’opinione pubblica per la sua brutalità e per il coinvolgimento del marito della vittima, il caporal maggiore dell’Esercito Salvatore Parolisi, poi condannato in via definitiva.
Melania Rea era nata il 24 maggio 1982 a Somma Vesuviana, in provincia di Napoli. Viveva ad Ascoli Piceno insieme al marito Salvatore Parolisi e alla figlia Vittoria, che all’epoca dei fatti aveva appena 18 mesi. Descritta da amici e familiari come una donna solare e molto legata alla bambina, conduceva una vita apparentemente normale accanto al marito militare.
Dietro quell’apparente serenità, però, gli investigatori scopriranno tensioni profonde e relazioni extraconiugali che diventeranno centrali nell’inchiesta.
La vicenda inizia il 18 aprile 2011. Quel giorno Melania, il marito e la piccola Vittoria si recano a Colle San Marco, vicino Ascoli Piceno, una zona frequentata da famiglie e bambini.
Secondo il racconto iniziale di Parolisi Melania si sarebbe allontanata improvvisamente, lasciando marito e figlia nell’area giochi, senza più fare ritorno.
La denuncia della scomparsa fa scattare immediatamente le ricerche.
Per quasi due giorni televisioni, forze dell’ordine e volontari seguono il caso sperando in un ritrovamento vivo.
Il 20 aprile 2011 arriva la tragica scoperta.
Il corpo di Melania viene trovato nel bosco di Ripe di Civitella, nel comune di Civitella del Tronto, in provincia di Teramo. Il cadavere presenta decine di coltellate, segni di violenza, ferite inferte con estrema brutalità.
Secondo gli accertamenti medico-legali, la donna sarebbe stata uccisa con oltre 30 fendenti. Alcune ferite risultavano superficiali, altre mortali.
Gli investigatori parlarono subito di un omicidio violento, personale, compiuto da qualcuno che conosceva bene la vittima.
Sin dalle prime ore successive al ritrovamento del corpo, le dichiarazioni di Salvatore Parolisi iniziano a presentare contraddizioni.
Gli inquirenti contestano incongruenze sugli orari, spostamenti poco chiari, telefonate sospette, omissioni.
Nel frattempo emerge che il militare aveva una relazione extraconiugale con una soldatessa conosciuta durante il servizio presso il 235° Reggimento Piceno di Ascoli.
Le intercettazioni e le testimonianze raccolte dagli investigatori delineano un quadro fatto di bugie, doppie vite, pressioni psicologiche.
Secondo l’accusa, Melania avrebbe scoperto il tradimento del marito e questo avrebbe incrinato definitivamente il rapporto.
Secondo la ricostruzione giudiziaria definitiva Parolisi avrebbe attirato Melania in una zona isolata, l’avrebbe aggredita nel bosco, colpendola ripetutamente con un coltello.
Gli investigatori sostennero che l’uomo avesse agito con lucidità, approfittando della fiducia della moglie, lasciando poi il corpo nel bosco nel tentativo di simulare un allontanamento volontario.
Un elemento ritenuto decisivo fu il comportamento dell’imputato nelle ore successive alla scomparsa: telefonate, ricostruzioni ritenute artificiose, atteggiamenti considerati incompatibili con quelli di un marito realmente disperato.
Salvatore Parolisi viene arrestato nel luglio 2011 con l’accusa di omicidio volontario aggravato.
Il processo diventa uno dei più seguiti d’Italia.
Nel 2012 arriva la prima condanna all’ergastolo in primo grado.
Successivamente la Corte d’Appello riduce la pena a 30 anni, la Cassazione dispone un nuovo processo d’Appello limitatamente alle aggravanti. Alla fine la pena definitiva viene fissata a 20 anni di reclusione.
I giudici esclusero alcune aggravanti ma confermarono la responsabilità piena dell’ex caporal maggiore per l’omicidio della moglie.
Uno degli aspetti più dolorosi della vicenda riguarda la piccola Vittoria, rimasta senza madre e con il padre condannato per il suo omicidio.
La bambina venne affidata ai familiari di Melania Rea.
Negli anni la famiglia della vittima ha continuato a chiedere rispetto, memoria, verità.
Il fratello Michele Rea e i genitori di Melania sono diventati simbolo della battaglia contro la violenza sulle donne e contro i femminicidi.
A distanza di quindici anni, il delitto di Melania Rea continua a essere ricordato come uno dei casi più drammatici della cronaca italiana recente.
Non solo per la ferocia dell’omicidio, ma anche per il tradimento familiare, la doppia vita emersa dalle indagini, la presenza della figlia piccolissima durante le ore della scomparsa, il lungo iter giudiziario.











