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Clan D’Amico-Mazzarella, la Cassazione conferma gran parte delle condanne: annullamenti per alcuni imputati

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
20 Maggio, 2026
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Si chiude con conferme, riduzioni di pena e alcuni annullamenti parziali il lungo iter giudiziario scaturito dal maxi blitz del febbraio 2023 contro il clan D’Amico-Mazzarella, organizzazione radicata nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, nella periferia orientale di Napoli.

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La Corte di Cassazione ha infatti confermato gran parte delle condanne già rideterminate in appello, intervenendo però su alcune posizioni specifiche con annullamenti senza rinvio limitati a singoli capi di imputazione o aggravanti.

Il blitz del 2023 contro il clan

L’operazione delle forze dell’ordine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, portò all’arresto di 24 persone tra presunti boss, affiliati e gregari del gruppo criminale D’Amico-Mazzarella.

Tra i nomi di maggiore rilievo figuravano: Ciro Mazzarella, Salvatore D’Amico, alcuni familiari e omonimi appartenenti ai nuclei storicamente collegati all’organizzazione.

Secondo l’accusa, il clan esercitava il controllo criminale su vaste aree della zona orientale di Napoli attraverso traffico di droga, estorsioni, imposizione del controllo sul territorio e gestione delle piazze di spaccio.

Gli investigatori contestavano anche la disponibilità di armi e l’utilizzo sistematico della forza intimidatrice mafiosa per consolidare il predominio criminale nel quartiere.

Le accuse contestate agli imputati

Il procedimento giudiziario ruotava principalmente attorno alle accuse di: associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, detenzione e spaccio di droga, estorsioni, detenzione illegale di armi.

Secondo la ricostruzione investigativa, il clan avrebbe gestito in maniera strutturata diverse attività illecite, con ruoli ben definiti tra promotori, organizzatori e affiliati operativi.

Le pesanti condanne in primo grado

Nel processo di primo grado furono inflitti complessivamente quasi due secoli di carcere agli imputati. Le condanne colpirono duramente la struttura del clan, riconoscendo la sussistenza dell’associazione mafiosa e il ruolo di diversi affiliati nelle attività criminali contestate dalla DDA.

Il tribunale ritenne provata l’esistenza di un’organizzazione stabile e radicata sul territorio, capace di esercitare controllo e intimidazione nel quartiere di San Giovanni a Teduccio.

L’appello: pene ridotte e assoluzioni parziali

Nel processo di secondo grado la Corte d’Appello rideterminò quattordici pene e confermò le condanne soltanto per cinque imputati, alleggerendo in parte il quadro sanzionatorio rispetto al primo grado.

Alcuni imputati ottennero infatti riduzioni di pena, mentre per altri vennero esclusi specifici reati o aggravanti.

La decisione della Cassazione

La Suprema Corte ha ora sostanzialmente confermato l’impianto accusatorio e le condanne inflitte in appello, pur intervenendo su alcune posizioni.

In particolare per Giacomo Urio e Pasquale Urio è stato disposto l’annullamento senza rinvio limitatamente alla contestazione della recidiva.

I due imputati, difesi dall’avvocato Valerio Spigarelli e condannati rispettivamente a 13 anni e 4 mesi e a 12 anni e 6 mesi di carcere, vedranno ora ridotte le pene.

Entrambi avevano scelto di non accedere al patteggiamento.

Annullamento anche per Francesco Tabasco, limitatamente al reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L’uomo, difeso dagli avvocati Antonietta Madore e Gina Busiello, era stato condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione.

Un procedimento simbolo contro la camorra dell’area orientale

Il processo rappresenta uno dei principali filoni giudiziari degli ultimi anni contro la camorra attiva nella periferia orientale di Napoli, territorio storicamente segnato dalla presenza del cartello D’Amico-Mazzarella.

L’inchiesta aveva acceso i riflettori sui nuovi assetti criminali nell’area di San Giovanni a Teduccio e sulle dinamiche interne ai gruppi camorristici operanti nel controllo delle piazze di spaccio e delle attività estorsive.

Con la decisione della Cassazione, il procedimento arriva ora a una sostanziale definizione, pur con alcuni ritocchi alle pene per singole posizioni.

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