Ogni anno, il 25 luglio, in molte città italiane si rinnova un rito semplice ma profondamente simbolico: la “pastasciutta antifascista”, nata dall’azione della famiglia Cervi nel 1943 a Campegine, in provincia di Reggio Emilia.
Il contesto storico: la caduta del fascismo
Il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo destituì Benito Mussolini. La notizia segnò la fine di un ventennio di dittatura e scatenò festeggiamenti spontanei in molte parti d’Italia.
In quel giorno, la famiglia contadina dei Cervi – composta dal padre Alcide e dai sette figli antifascisti – decise di celebrare l’evento in modo semplice e popolare.
La grande pastasciutta in piazza
I Cervi prepararono centinaia di chili di pasta in bianco, con burro e parmigiano, acquistati anche a credito dal caseificio locale. La portarono poi in piazza a Campegine utilizzando bidoni del latte caricati su un carro.
Come ricordano le fonti storiche, furono circa 380 chili di maccheroni distribuiti alla popolazione del paese.
Non ci furono discorsi politici ufficiali: solo un gesto concreto di condivisione, festa e solidarietà.
Il significato del gesto
Quel piatto di pasta divenne immediatamente un simbolo. Non solo della fine della dittatura, ma anche di un’idea di società: uguaglianza, fraternità, resistenza civile, partecipazione popolare.
La scelta della pasta non fu casuale: in quegli anni era un alimento semplice, legato alla vita quotidiana del popolo e contrapposto alla retorica del regime.
Come sottolineano gli studi e le ricostruzioni storiche, il gesto dei Cervi fu “una festa fatta con ciò che si aveva”, ma capace di trasformarsi in un messaggio politico potente.
I fratelli Cervi e la Resistenza
La famiglia Cervi era composta da Alcide e sette fratelli (Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore), tutti antifascisti e successivamente impegnati nella Resistenza.
Pochi mesi dopo quella festa, i sette fratelli furono arrestati e fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943, diventando martiri della lotta di liberazione.
Dalla memoria alla tradizione
Nel tempo, la “pastasciutta antifascista” è diventata una ricorrenza nazionale. Dal dopoguerra, e soprattutto dagli anni ’90 grazie all’Istituto Alcide Cervi, la tradizione è stata ripresa e diffusa in tutta Italia.
Oggi si organizzano centinaia di eventi ogni anno, spesso promossi da associazioni culturali e dall’ANPI, per ricordare non solo la famiglia Cervi, ma anche i valori della Resistenza.
Un simbolo ancora attuale
La forza di questo gesto sta nella sua semplicità: un piatto di pasta condiviso diventa memoria collettiva e riflessione civile.
La “pastasciutta antifascista” non è solo un ricordo del passato, ma un invito a mantenere vivi i valori democratici attraverso la partecipazione e la solidarietà.










