Da oltre due anni la vita professionale e personale di Maria Francesca Mariano, giudice per le indagini preliminari al Tribunale di Lecce, è segnata da una escalation di intimidazioni mafiose che non ha precedenti recenti nel territorio salentino. Un attacco sistematico, brutale, studiato nei simboli e nei tempi, che ha come unico obiettivo quello di piegare lo Stato attraverso la paura.
Alla base di questa catena di minacce c’è il lavoro svolto dalla magistrata nel contrasto alla Sacra Corona Unita e ai clan attivi nel Salento. In particolare, il suo nome è legato alle misure cautelari e agli arresti disposti nell’ambito dell’operazione antimafia The Wolf, un’indagine che ha colpito assetti criminali consolidati e interessi profondi sul territorio.
Decisioni assunte nel pieno rispetto della legge, ma che hanno innescato una reazione violenta e intimidatoria tipica delle organizzazioni mafiose quando si sentono messe all’angolo.
Dal settembre 2023 lo Stato ha riconosciuto la gravità del pericolo: Maria Francesca Mariano vive sotto scorta permanente, 24 ore su 24. Una condizione che stravolge la quotidianità, limita la libertà personale e trasforma ogni gesto ordinario in un atto sorvegliato. È il prezzo altissimo che molti servitori dello Stato pagano per aver scelto di non arretrare.
La strategia intimidatoria messa in atto contro la magistrata segue un copione preciso, fatto di simboli macabri e richiami rituali.
Febbraio 2024: davanti alla sua abitazione viene lasciata una testa di capretto insanguinata, infilzata da un coltello, accompagnata da un biglietto con una sola parola: “Così”. Un messaggio secco, brutale, che richiama chiaramente il linguaggio mafioso della minaccia di morte.
Novembre 2025: l’intimidazione si sposta sul piano più intimo e doloroso. Al cimitero di Galatina, sulla tomba del padre, la giudice trova un’altra testa di capretto mozzata, ancora una volta con un coltello e la scritta: “Prima o poi…”. Non solo una minaccia, ma un attacco alla memoria, agli affetti, alla sfera privata.
Gennaio 2026: una lettera con un esplicito augurio di morte arriva direttamente al suo ufficio, all’interno del Palazzo di Giustizia di Lecce. Un segnale inquietante, perché dimostra la volontà di colpire anche nel cuore delle istituzioni.
L’ultimo episodio segna un drammatico salto di livello. Nei giorni successivi, le forze dell’ordine individuano e neutralizzano un ordigno esplosivo artigianale, collocato in un locale riconducibile alla famiglia della magistrata, in provincia di Lecce. L’esplosivo, collegato a una bombola di gas, era pronto a entrare in funzione.
Solo l’intervento tempestivo della scorta e degli artificieri ha evitato una possibile tragedia. Non più solo simboli o minacce scritte: un potenziale attentato.
Quello contro Maria Francesca Mariano è un attacco diretto allo Stato, alla magistratura, alla democrazia. Le mafie colpiscono chi rappresenta la legge per lanciare un messaggio collettivo: intimidire uno per spaventare tutti.
Colpire una donna, una figlia, un magistrato nel suo dolore più profondo significa tentare di spezzare la resistenza morale prima ancora di quella istituzionale.
Nonostante tutto, Maria Francesca Mariano continua a svolgere il suo lavoro. Entra in aula, firma provvedimenti, applica la legge. Lo fa con la consapevolezza del rischio, ma anche con la determinazione di chi sa che arretrare significherebbe consegnare una vittoria alla criminalità.
La sua storia è oggi un simbolo per la Puglia e per l’Italia intera: dimostra che la giustizia può essere sotto assedio, ma non è sola. A condizione che le istituzioni, i cittadini e l’opinione pubblica continuino a tenere alta l’attenzione.










