Era il 14 febbraio 1989, giorno di San Valentino, quando Francesco Pepi, titolare dell’industria conserviera Paic Sud, fu barbaramente ucciso con sette colpi di pistola sparati da un killer su motorino mentre si trovava a bordo della sua auto davanti alla Parrocchia di San Giuseppe nella sua città natale di Niscemi, in provincia di Caltanissetta.
Pepi, uomo di umili origini diventato imprenditore di successo, si era distinto per il suo coraggio e la sua integrità: si era rifiutato di pagare il pizzo alle organizzazioni mafiose locali e aveva anche esortato altri commercianti a fare altrettanto, opponendosi apertamente alle estorsioni che condizionavano la vita economica e sociale della comunità.
Nato e cresciuto nel cuore dell’entroterra siciliano, Pepi iniziò la sua carriera lavorando come mezzadro. Con enorme determinazione riuscì a comprare terreni e investire in macchinari industriali, dando vita alla PAIC Sud, una piccola ma fiorente industria conserviera specializzata nella lavorazione e commercializzazione di prodotti ortofrutticoli sott’olio: carciofi, peperoni arrostiti, melanzane e pomodori secchi.
La sua azienda si affermò non solo nel mercato locale, ma anche oltre i confini siciliani, grazie a partnership con aziende del nord Italia e clienti importanti. In breve tempo Pepi fornì prodotti anche all’estero, dando lavoro a oltre cento persone e diventando un punto di riferimento per l’economia di Niscemi.
La sua fama di imprenditore onesto e generoso era accompagnata dall’immagine di un uomo che non esitava ad aiutare chi si trovava in difficoltà, tanto da essere ricordato da molti come una figura altruista e profondamente radicata nel suo territorio.
Il successo di Pepi attirò l’attenzione delle cosche locali. Le organizzazioni mafiose di Niscemi cercarono di costringerlo al pagamento del pizzo, ma l’imprenditore non solo rifiutò, ma denunciò apertamente le richieste estorsive alle autorità competenti, segnalando episodi di coercizione e sollecitando altri commercianti a non cedere alla mafia.
Secondo testimonianze raccolte negli anni successivi, negli ultimi giorni di vita Pepi era particolarmente agitato perché gli era stato richiesto di utilizzare i suoi camion non solo per trasportare conserve, ma anche altri materiali sospetti come armi o droga — proposte alle quali si oppose con fermezza e senza compromessi.
La sua fermezza, però, fu vista come una minaccia diretta da Cosa Nostra, che benché coinvolta in una complessa rete di conflitti interni con altri gruppi criminali locali, decise di punire il suo gesto di dissenso in maniera esemplare.
Per anni l’omicidio di Pepi rimase un caso irrisolto. Solo dopo oltre 25 anni di indagini, grazie alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia e a una grande operazione della Squadra Mobile di Caltanissetta denominata “San Valentino‑Revenge”, furono individuati e arrestati gli autori materiali e i mandanti del delitto.
Tra i soggetti coinvolti figurano esponenti di spicco di Cosa Nostra nissena e gruppi criminali gelesi, con ruoli chiari nell’organizzazione e nell’esecuzione dell’agguato. La magistratura ha accertato che la morte di Pepi fu deliberata anche come segnale intimidatorio per scoraggiare altri imprenditori dal ribellarsi alla mafia.
Con il passare degli anni i responsabili del delitto sono stati condannati con pene severe, incluse diverse ergastoli in appello e in Cassazione in relazione all’omicidio e ad altri crimini mafiosi collegati.
Nel corso degli anni successivi la famiglia Pepi, sostenuta da associazioni antiracket e dallo Stato, ha continuato a ricordare la figura di Francesco come simbolo di legalità e di resistenza alla mafia, partecipando a iniziative di memoria civile e di testimonianza nelle scuole e nelle comunità locali.
La storia di Francesco Pepi è quella di un uomo che, partito da condizioni modeste, riuscì a costruire una realtà imprenditoriale florida e onesta, capace di creare occupazione e dignità per molti. Il suo rifiuto di piegarsi al racket delle estorsioni rappresenta uno dei primi e più importanti gesti di resistenza civile contro la mafia in Sicilia centrale, anticipando di decenni l’attivismo antiracket che negli anni successivi avrebbe preso forza in tutta l’isola.
La sua morte nel giorno di San Valentino, 14 febbraio 1989, resta un monito e un simbolo della lotta alla criminalità organizzata: una storia che va ricordata non solo per la sua tragedia, ma per il coraggio di un uomo che scelse la legalità e pagò con la vita il suo “no al racket”.










