Tra i sette soggetti destinatari di misura cautelare, nell’ambito di una recente, importantissima operazione della Polizia di Stato, volta a sgominare una banda dedita alle truffe agli anziani su scala nazionale e con base operativa a Napoli, figura anche Lucia Esposito, classe 1979, residente nel rione Conocal di Ponticelli e fedelissima del clan D’Amico.
Scarcerata a giugno del 2023, dopo essere finita in manette nell’ambito dell’operazione “Delenda” che nel 2016 decapitò la cosca egemone del Conocal di Ponticelli, Lucia Esposito fu condannata a 10 anni e 4 mesi di reclusione. Un blitz che contribuì a sgominare il business dello spaccio di droga radicato nel rione controllato dai D’Amico e che portò all’arresto di decine di affiliati che gradualmente stanno ritornando in libertà, dopo aver scontato la pena. In occasione del suo ritorno a Ponticelli, la famiglia D’Amico ha organizzato una festa plateale, con tanto di fuochi d’artificio e bottiglia stappata all’esterno del carcere. A conquistare le pagine di cronaca fu soprattutto il bacio a stampo tra la Esposito e Carla D’Amico, sorella dei boss Giuseppe e Antonio, attualmente detenuta, e soprattutto della defunta Annunziata alias “la passillona”, uccisa in un agguato di camorra mentre ricopriva il ruolo di reggente del clan di famiglia, il 10 ottobre del 2015.
Un segno di gratitudine e riconoscenza verso la Esposito che ha scontato la pena senza “infamie”, ovvero senza lasciarsi accarezzare dall’idea di collaborare con la giustizia, assicurando al clan quell’omertà che nel gergo malavitoso rappresenta il tratto distintivo di un camorrista, realmente degno di essere definito tale e che pertanto merita di ricevere il doveroso riconoscimento. Un bacio che suggella l’eterno legame con la famiglia/clan D’Amico che di tutta risposta celebrava il ritorno in libertà della Esposito inscenando il rituale previsto per festeggiare la scarcerazione di una figura di spicco dell’organizzazione, così come sottolineano i fuochi d’artificio e il brindisi in presenza di sodali e parenti. La gratitudine del clan, secondo quanto ricostruito in quel periodo storico grazie al supporto di fonti privilegiate, non si sarebbe limitato ai festeggiamenti in pompa magna. Alla donna sarebbe stata affidata la gestione di uno dei business illeciti nelle disponibilità del clan che in quel momento storico supportava la crociata di Salvatore Montefusco detto Zamberletto, animato dal desiderio di contrastare l’egemonia dei De Micco per conquistare il controllo degli affari illeciti. Una velleità bruscamente stroncata dai rivali compiendo un omicidio eclatante, quello di Emanuele Pietro Montefusco, fratello disabile del ras, estraneo agli affari del clan che si guadagnava da vivre vendendo rotoloni di carta sul ciglio del marciapiede di via Argine dove è stato assassinato.
Appare evidente che, fin da subito, una volta tornata in libertà, la Esposito si sia adoperata per garantirsi un margine di guadagno partecipando ad attività illecite: a meno di tre anni di distanza dalla sua scarcerazione eclatante è finita nuovamente al centro di un’importante inchiesta.
L’indagine ha portato alla luce come la banda abbia messo a segno sistematismi criminali su scala nazionale, con truffe documentate a partire dal dicembre 2024 in diverse province del centro-nord, tra cui Alessandria, Verbania, Pistoia, Lucca, Pesaro Urbino, Ancona e Lecce.
Il modus operandi utilizzato dalla banda ricorda i copioni ormai tristemente noti delle truffe agli anziani: i componenti del gruppo contattavano telefonicamente donne anziane sole, simulando l’identità di un maresciallo dei Carabinieri o di un altro ufficiale dello Stato e riferendo falsi incidenti stradali in cui risultava coinvolto un figlio o un nipote della vittima. Dopo aver suscitato ansia, confusione e paura, veniva chiesto alle vittime di consegnare denaro o gioielli in oro come “cauzione” o pagamento per evitare conseguenze legali o penali.
Gli investigatori hanno evidenziato che tali tecniche sfruttano la fragilità psicologica, la solitudine e la fiducia nell’istituzione delle vittime anziane, inducendole a credere di fare la cosa giusta per aiutare un familiare in difficoltà.
I soggetti collegati a Ponticelli, tra cui Mangiacapra e altri indagati residenti nel quartiere, sono stati ricostruiti come elementi chiave nella gestione e nell’ampliamento delle attività della gang. L’organizzazione prevedeva ruoli diversificati: alcuni si occupavano del telefonare alle vittime, altri di contattare materialmente le persone o di organizzare i viaggi verso le province dove venivano messi in atto i raggiri.
Ponticelli, per gli investigatori, non rappresentava solo la residenza di diversi indagati, ma anche una cerniera logistica importante per coordinare la partecipazione e il reclutamento di complici, compresi soggetti più giovani e, in un caso, persino un minorenne coinvolto nelle attività del gruppo.
La misura adottata nei confronti degli indagati è varia: sette persone sono state collocate in carcere, mentre quattro soggetti, sempre legati alla rete criminale ma ritenuti meno centrali, hanno ricevuto obblighi di dimora o di presentazione giornaliera alla polizia. I capi di imputazione includono associazione per delinquere finalizzata alla commissione di truffe, raggiri e reati contro il patrimonio in danno di persone anziane, con aggravanti determinate dall’aver approfittato delle condizioni di particolare vulnerabilità delle vittime.











