Il 16 dicembre 1996 Gennaro Ventura scompare nel nulla a Lamezia Terme. Ha 28 anni, è un fotografo, ma soprattutto è un ex carabiniere. Da quel giorno inizia uno dei casi più dolorosi e oscuri della cronaca calabrese, una vicenda che per anni resterà sospesa tra silenzi, depistaggi e paura, fino alla tragica verità emersa solo dodici anni dopo.
Gennaro Ventura non è un nome qualunque per la criminalità organizzata lametina. Durante il suo servizio nell’Arma dei Carabinieri aveva contribuito in modo determinante all’arresto di un esponente di spicco di una cosca mafiosa locale. Un ruolo che, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, gli è costato la vita.
Dopo aver lasciato l’Arma, Ventura aveva cercato di ricostruirsi una vita lontano dalla divisa, lavorando come fotografo. Ma quel passato non era stato dimenticato. La sera della scomparsa esce di casa e non farà mai più ritorno. Da subito i familiari denunciano la sparizione, ma per anni non emergono elementi concreti. Nessun corpo, nessuna scena del crimine, solo ipotesi e un dolore che si prolunga nel tempo.
Il caso resta irrisolto fino al 2008, quando una svolta investigativa porta al ritrovamento dei resti di Gennaro Ventura. Il corpo viene rinvenuto in un’area isolata, sepolto per cancellarne ogni traccia. Gli accertamenti confermano quello che per i familiari era sempre stato un sospetto: Ventura è stato ucciso. Un delitto di stampo mafioso, una vendetta pianificata per punire chi aveva osato colpire la cosca.
Le indagini successive ricostruiscono il movente: Gennaro Ventura era diventato un bersaglio perché, da carabiniere, aveva svolto il proprio dovere senza piegarsi. La sua eliminazione aveva lo scopo di lanciare un messaggio chiaro, riaffermare il controllo del territorio e intimidire chiunque pensasse di collaborare con lo Stato.
La sua storia è emblematica di una stagione segnata dalla violenza mafiosa e dal prezzo altissimo pagato da chi ha scelto la legalità. Gennaro Ventura è stato ucciso due volte: la prima con la morte, la seconda con il silenzio che per anni ha avvolto la sua scomparsa.
Oggi il suo nome è ricordato come quello di una vittima innocente della criminalità organizzata, un giovane che ha perso la vita per aver servito lo Stato e per non aver mai rinnegato il proprio senso di giustizia. La sua vicenda resta una ferita aperta, ma anche un monito: la memoria è uno strumento fondamentale nella lotta contro le mafie e nell’affermazione della verità.











