Un nuovo capitolo si apre nella lotta allo sfruttamento del lavoro nel mondo del fashion. La Procura di Milano ha notificato 13 ordini di consegna documenti a noti marchi del lusso e della moda: tra questi, nomi celebri come Prada, Gucci, Versace, Dolce & Gabbana, ma anche altri come Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia e Off-White Operating.
Cosa chiedono gli inquirenti
I carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro stanno raccogliendo da questi brand tutta la documentazione relativa a: sistemi di governance aziendale, organizzazione degli acquisti e della produzione; audit e controlli interni sui fornitori, sulle aziende subappaltatrici e sui sub-subappalti; contratti, condizioni di lavoro, sicurezza, paghe, regolarità dei lavoratori impiegati nelle fabbriche esterne.
L’obiettivo è “appurare il grado di coinvolgimento” dei brand nell’utilizzo di manodopera sottopagata o in condizioni di sfruttamento, e verificare se abbiano adottato modelli organizzativi adeguati a garantire un lavoro legale e dignitoso lungo tutta la filiera.
Le indagini arrivano dopo una serie di ispezioni in opifici clandestini dove i carabinieri avevano già rilevato situazioni di lavoro nero, orari massacranti, edifici-dormitorio, condizioni igienico‑sanitarie pessime e retribuzioni irrisorie.
Nei recenti controlli sono stati riscontrati centinaia di lavoratori impiegati in condizioni di forte sfruttamento, in alcuni casi costretti a vivere e lavorare negli stessi spazi.
Il timore degli inquirenti è che il marchio “Made in Italy” nasconda ancora dinamiche di lavoro irregolare, invisibili a chi acquista in boutique l’ultimo modello di giacca o scarpa firmata.
Le possibili conseguenze
Secondo la strategia adottata da Milano, i brand coinvolti hanno ora due vie: collaborare consegnando la documentazione richiesta, dimostrando trasparenza e rispetto delle regole; in tal caso potranno evitare sanzioni drastiche oppure rischiare misure severe come l’amministrazione giudiziaria, sospensioni di forniture, interdittive, nel caso in cui emerga un coinvolgimento concreto nella filiera dello sfruttamento.
Il procuratore ha parlato di una “scelta di politica giudiziaria”: riportare al centro del processo di produzione la responsabilità delle committenze originarie, non solo dei fornitori.
Questa inchiesta mette in discussione non solo la legittimità di alcuni meccanismi produttivi, ma anche un’intera idea. Se le indagini dovessero confermare le ipotesi di sfruttamento, sarà un colpo duro al prestigio del settore moda, ma potrebbe anche rappresentare un’occasione di svolta: più trasparenza, maggiore tutela dei lavoratori, e un mercato maggiormente etico.











