Il 10 novembre 1988, nel cuore di Siracusa, la vita di Carmelo Zaccarello si interruppe tragicamente. Aveva appena 23 anni e stava aiutando il padre nel bar «Moka», a Ortigia, quando un commando armato entrò nel locale e aprì il fuoco: la sparatoria, che fece due morti e quattro feriti, è rimasta nota come la “strage del bar Moka”.
La ricostruzione dei fatti indica che il bersaglio reale dei sicari era un altro uomo, un pregiudicato con precedenti per mafia. Zaccarello, in quel momento vicino al padre e alla fidanzata, è stato ucciso per errore, vittima innocente della violenza di una faida tra cosche rivali che animava Siracusa in quegli anni.
La sua morte segnò un punto di svolta per la città: non solo per l’orrore del fatto in sé — dentro un bar, tra civili innocenti — ma anche come simbolo della fragilità della normalità in contesti segnati dalla criminalità organizzata. Negli anni successivi, la memoria di Carmelo è diventata oggetto di iniziative educative nelle scuole e di proposte per intitolarli vie pubbliche.
Ricordare Carmelo Zaccarello significa tenere viva la consapevolezza che la mafia non colpisce solo chi sceglie la strada del crimine, ma spesso strappa la vita a chi è semplicemente al «posto sbagliato, al momento sbagliato». La sua storia è monito e memoria per generazioni che devono imparare, attraverso fatti come questo, cos’è la legalità e cosa comporta difenderla.










