Era la sera del 10 novembre 1992 quando, a Gela (CL), il commerciante 55enne Gaetano Giordano venne assassinato sotto casa sua in un’esecuzione decisa dalla mafia locale. Giordano era diventato un simbolo di opposizione al pagamento del pizzo: aveva denunciato richieste estorsive nei suoi confronti e nel contempo aveva continuato la sua attività commerciale.
Intorno alle ore 20:30, mentre Giordano e suo figlio si fermavano con l’auto in via Verga — la gamba del figlio rimase ferita — due giovani killer in sella a una Vespa 50 spararono più colpi d’arma da fuoco contro il negoziante. L’agguato era stato preparato come “monito” nei confronti degli imprenditori che si rifiutavano di piegarsi al racket. Secondo fonti investigative, il suo nome era stato scelto anche tramite sorteggio tra altri commercianti che avevano denunciato.
La sua morte generò un’ondata di indignazione nel tessuto sociale di Gela: migliaia di studenti e cittadini scesero in piazza contro le mafie. L’evento contribuì anche alla nascita di un’associazione antiracket, intitolata a Giordano, che ancora oggi opera sul territorio.
Anche dopo decenni, Gaetano Giordano resta un «eroe normale» della lotta contro l’estorsione: non per avere ricorso a gesti plateali, ma per aver scelto il lavoro, la dignità e il no come stile di vita. In molti lo ricordano non solo per il sacrificio, ma per la scelta radicale di non cedere alle logiche mafiose.










