La Procura Generale presso la Corte d’Appello di Venezia ha ufficialmente comunicato la rinuncia all’appello contro la sentenza di primo grado che aveva condannato Filippo Turetta all’ergastolo per l’omicidio di Giulia Cecchettin.
La scelta arriva dopo la rinuncia autonoma all’appello da parte dello stesso Turetta, e rende la condanna definitiva senza che sia necessaria una pronuncia della Corte di Cassazione.
La tragica vicenda riguarda l’omicidio di Giulia Cecchettin, studentessa 22enne, uccisa la notte tra l’11 e il 12 novembre 2023 a Fossò, in provincia di Venezia, dall’ex fidanzato. Turetta fu condannato in primo grado il 3 dicembre 2024 per omicidio volontario aggravato da premeditazione, sequestro di persona e occultamento di cadavere.
In precedenza la Procura aveva annunciato l’intenzione di chiedere in appello il riconoscimento delle aggravanti di crudeltà e stalking.
È stato proprio lo studio degli avvocati della famiglia Cecchettin — Nicodemo Gentile, Piero Coluccio e Stefano Tigani — a definire la decisione della Procura «coerente, giusta e pienamente condivisibile».
Osservano che la rinuncia all’appello «cristallizza, senza più margini di dubbio, la sussistenza dell’aggravante della premeditazione».
Con la rinuncia dell’imputato e della Procura, il processo d’appello — previsto per il 14 novembre 2025 — non si svolgerà. La sentenza di ergastolo diviene quindi definitiva.
La decisione assume un forte significato simbolico nel contesto della lotta alla violenza di genere: non solo come chiusura di un percorso giudiziario, ma anche come riaffermazione del principio che certe condotte non possono trovare attenuanti o revisione.
La vicenda evidenzia come un femminicidio — in questo caso di una giovane studentessa — abbia implicazioni ben oltre il singolo fatto: tocca temi della violenza affettiva, del possesso, della cultura del controllo. La scelta della Procura di non proseguire in appello indica fiducia nella completezza e solidità della sentenza di primo grado.
La rinuncia all’appello non è un segno di debolezza del sistema giudiziario, ma può valere come momento di consapevolezza e responsabilità: il riconoscimento che, talvolta, la giustizia non ha bisogno di ulteriori giri.











