Il 29 ottobre del 1986, la tranquillità di Locri è stata spezzata da un episodio di violenza che ha segnato profondamente la comunità calabrese. La vittima è Rocco Zoccali, un giovane di soli 19 anni, assassinato per un motivo apparentemente futile: la rapina del suo motorino.
Secondo le prime ricostruzioni delle forze dell’ordine, il ragazzo stava rientrando a casa quando è stato affrontato da uno o più aggressori che volevano impossessarsi del mezzo. La lite si è trasformata rapidamente in un’aggressione letale. Due colpi a bruciapelo uccidono all’istante il giovane, figlio di un dipendente della Regione Calabria e di un’insegnante delle scuole medie.
L’omicidio di Zoccali è un ulteriore esempio della crescente violenza giovanile e criminale nella Locride negli anni ’80, un periodo in cui la microcriminalità e le tensioni sociali alimentavano il clima di paura tra i cittadini. La comunità locale, sconvolta dal drammatico evento, ha espresso cordoglio per la famiglia del giovane e richiesto maggiore impegno delle autorità per garantire sicurezza e giustizia.
La madre di Rocco Zoccali, Giulia Bova, professoressa delle scuole medie, è stata una figura centrale nella ricerca della verità e della giustizia per la morte del figlio. Nonostante le minacce ricevute, si è costituita parte civile nel processo e ha deposto contro i presunti assassini del figlio.
Nel corso degli anni, Giulia ha partecipato attivamente a manifestazioni antimafia, gridando “giustizia” per Rocco. Ha anche avuto scontri con il presidente del processo, Luigi Cotrona, che poi si è astenuto. La sua determinazione ha avuto un impatto significativo nella lotta contro la criminalità organizzata nella regione.
Recentemente, dopo 39 anni, un collaboratore di giustizia ha rivelato il nome dell’assassino di Rocco Zoccali, portando finalmente un barlume di giustizia alla sua famiglia. Giulia ha espresso un mix di dolore e sollievo per questa nuova informazione, ma il suo impegno per la verità e la giustizia rimane incrollabile.
Il collaboratore di giustizia, Antonio Cataldo, affiliato alla famiglia della ‘ndrangheta di Locri, ha fatto luce sull’omicidio del 19enne. Rocco era cugino dell’attore Raoul Bova: i loro nonni erano fratelli.
Secondo il pentito, Domenico Cordì ha sparato a Rocco da dietro su una Vespa guidata da Antonio Dieni. Al momento dell’omicidio, Cordì era minorenne. Il colpo sarebbe stato calibro 7,65. I killer avrebbero anche cercato di modificare il veicolo per attenuare il rumore degli spari.
Il movente risiederebbe in un contenzioso familiare legato a uno sfratto: il padre della vittima aveva intimato lo sfratto di un magazzino a uso di Dieni per morosità. In passato, Rocco fu più volte aggredito: in un’occasione reagì sparando alla gamba di un esponente dei Cordì, gesto che gli sarebbe stato fatale.
Cordì, oggi 56enne e già detenuto, è stato indagato per omicidio volontario da parte della Procura dei minori, dato che all’epoca era minorenne. Dieni è stato assolto nel 1990 per insufficienza di prove e non potrà essere nuovamente processato per lo stesso reato.
La rivelazione del pentito ha riacceso l’attenzione su un caso considerato irrisolto da decenni, offrendo finalmente un’ipotesi di verità ai familiari di Zoccali. Mentre la storia di Giulia Bova è un esempio di resilienza e determinazione di una madre che ha lottato instancabilmente per onorare la memoria del figlio e per combattere contro la criminalità organizzata che ha devastato la sua comunità.











