Con l’inizio del nuovo anno scolastico torna a farsi sentire, come ogni estate, la questione del dress code nelle scuole italiane: non più solo circolari ma anche veri e propri depliant illustrativi, divieti specifici, richiami e – in alcuni casi – sanzioni per gli studenti che non rispettano le regole. L’obiettivo, secondo molti dirigenti, è garantire “decoro”, “sobrietà”, “ordine” in classe; ma tra studenti, famiglie e esperti monta anche il disaccordo su quali limiti siano legittimi e su come vadano applicati.
Un’indagine condotta da Skuola.net su circa 2.800-3.000 studenti tra scuole medie e superiori mostra che circa 3 studenti su 10 dichiarano di trovarsi in una scuola con regole scritte sull’abbigliamento, che vietano esplicitamente alcuni capi come canottiere, pantaloni strappati, gonne o pantaloncini corti.
Un altro 55% degli studenti segnala che nella loro scuola esiste un dress code implicito: cioè linee guida o aspettative non sempre formalizzate in regolamenti scritti, ma in pratica osservate o fatte rispettare comunque.
Solo circa 1 studente su 5 (cioè il 20-25%) afferma di avere piena libertà nel vestire, senza il rischio di rimproveri o sanzioni.
Le scuole che hanno adottato regole rigide – tramite circolari o depliant – segnalano divieti e limiti di vario tipo:
Top, canottiere, crop top, magliette che lasciano scoperte spalle o addome.
Gonne troppo corte, pantaloni corti o “troppo strappati”.
Shorts, bermuda, abbigliamento tipo estivo o balneare (in certi casi vietati).
Cappelli, o cappuccio di felpa, in aula.
Accessori vistosi, unghie finte o troppo lunghe, trucco appariscente, piercing, capelli molto colorati.
Per i ragazzi, anche regole su barba e aspetto; barba troppo lunga, trasandata o decorata può essere oggetto di sanzione in alcuni istituti.
Le regole vengono comunicate con tradizionali circolari dirigenziali: ogni anno molte scuole inviano circolari agli studenti/famiglie con regolamenti su cosa è permesso e cosa no. In alternativa, vengono utilizzati depliant illustrativi: è la novità che si diffonde sempre più, con opuscoli che, a partire da quest’anno, forniscono esempi visuali di abiti “ammessi” vs “vietati”. In altre circostanze, invece, vigono regolamenti ufficiali d’istituto: in alcuni casi le norme sul dress code sono inserite formalmente nei regolamenti, comprese sanzioni. In altri casi sono linee guida meno formali, basate sull’interpretazione della presidenza o dei docenti.
Le studentesse sembrano essere le più colpite dalle restrizioni sull’abbigliamento. Molti divieti riguardano top, canottiere, carne scoperta, scollature. Alcuni ritengono che ci sia un doppio standard su come ragazzi e ragazze sono trattati.
Libertà personale vs autorità scolastica: dove tracciare la linea tra l’autonomia personale e la necessità di mantenere un ambiente “adeguato” alla didattica? Alcune regole sono generiche (es: abiti “sgarbati”, outfit che “distraggono”), il che lascia molta discrezionalità.
Rischio di sanzioni: rientrare in classe con abiti vietati può portare a rimproveri, richiami, esclusioni da alcune attività, o in casi estremi indicazioni scritte sul comportamento.
Effetto sul benessere degli studenti: alcuni lamentano che la pressione sul dress code può generare disagio, senso di inadeguatezza, discriminazione, soprattutto nei ragazzi che non possono permettersi certi tipi di abbigliamento o accessori alla moda.
A Livorno, un istituto nautico ha bloccato l’ingresso a studenti che indossavano pantaloni corti, applicando il regolamento vigente.
A Taormina, una scuola superiore ha distribuito depliant che fotografano ciò che non è permesso: crop top, minigonne, canottiere.
In vari istituti (Pisa, Trezzano sul Naviglio, Bisceglie) emergono circolari che vietano capi “estivi” tipo bermuda, infradito, top troppo scollati, e regolano anche l’aspetto personale (barba, trucco).
Il dress code a scuola è un tema che torna ogni anno, ma la sua gestione sembra farsi più visibile e regolamentata: con depliant, circolari chiare, divieti espliciti, sanzioni in alcuni casi. Le motivazioni ufficiali sono spesso legate a decoro, serenità dell’ambiente scolastico, rispetto reciproco.
Il dibattito resta acceso: da un lato chi sostiene che siano misure necessarie per garantire ordine e uniformità, dall’altro chi le vede come limitazioni della libertà personale, con rischi di discriminazione, doppio standard di genere e di privilegio tra chi può permettersi certi vestiti/accessori e chi no.











