Tra le dichiarazioni più significative rese da Tommaso Schisa, prima ancora che anche anche sua madre Luisa De Stefano optasse per la collaborazione con la giustizia, spiccano quelle che concorrono a ricostruire un intreccio di complicità, protezione e affiliazioni che mette in luce la rete di appoggi che garantì la latitanza del boss Ciro Contini, rampollo della nota famiglia camorristica, che nell’anno 2016 beneficiò di protezione ed ospitalità da parte delle figure apicali del cartello camorristico costituito dai vecchi clan dell’ala orientale di Napoli, capeggiati proprio da Luisa De Stefano.
Schisa racconta nel dettaglio come e dove fu nascosto Contini, svelando anche il ruolo di Michele Minichini, soprannominato ‘o tigre, figura chiave della nuova generazione criminale di Napoli est. Il suo braccio destro, amico e complice di plurime azioni delittuose, nonché figura apicale del braccio armato del clan forgiato dalla regia di Ciro Rinaldi detto mauè che in MInichini riponeva grandi aspettative
«La mia famiglia ha favorito la latitanza di Ciro Contini nell’anno 2016. Io l’ho ospitato a Marigliano, nell’abitazione di mio suocero, sita di fronte alla mia, nella palazzina numero otto», inizia così il racconto di Schisa.
«Mia madre, De Stefano Luisa, l’ha ospitato anche nel rione De Gasperi, presso l’abitazione non occupata di mia zia, che si trova in Germania. Il Contini è stato anche durante la sua latitanza ospitato da Michele Minichini, presso l’abitazione della madre a Barra».
Una rete di protezione familiare ben strutturata, che faceva affidamento su luoghi insospettabili, come case vuote o abitazioni di parenti, per eludere i controlli e garantire libertà di movimento a un uomo ricercato.
Nel verbale, emerge anche la connessione diretta tra Contini e Minichini, che viene presentato come un elemento di rilievo all’interno dell’alleanza tra i clan emergenti dell’area orientale.
«Il Contini aveva buoni rapporti in particolare con Minichini Michele. Fu proprio lui a presentarmelo a casa di mia madre», racconta Schisa.
«Durante le nostre conversazioni, ci riferivamo a Ciro Contini con l’appellativo di ‘Alessandro’ o ‘cugino’ per evitare riferimenti diretti».
Ma c’è di più. L’ex ras racconta anche di un tatuaggio ricevuto in dono da suo cognato per la sua fedeltà durante la latitanza: «Consiste nella riproduzione del numero 17, simbolo del clan Sibillo: la S è la diciassettesima lettera dell’alfabeto».
Un dettaglio apparentemente secondario, che però evidenzia l’importanza dei simboli e dei legami di sangue nella nuova criminalità organizzata.
I rifugi del boss: da Marigliano a Barra, passando per Ponticelli. Secondo Schisa, Contini sarebbe stato ospitato in almeno tre località differenti durante il periodo di latitanza: Marigliano, in un appartamento accanto a quello di Schisa; Ponticelli, nel rione De Gasperi, nella casa della madre e aBarra, nella casa della madre di Michele Minichini.
Un sistema di nascondigli che conferma quanto le relazioni personali siano fondamentali per garantire protezione ai latitanti della camorra, lontano dai riflettori e sotto la copertura di ambienti familiari.
Il racconto di Schisa mostra un nuovo volto della camorra, sempre più interconnessa, trasversale e legata da alleanze fluide tra clan. Michele Minichini, giovane e carismatico, emerge come figura ponte tra Ponticelli e Barra, mentre Contini rappresenta la continuità storica di una famiglia criminale che affonda le sue radici nella vecchia camorra napoletana.
La madre di Schisa, Luisa De Stefano, ha fornito un ulteriore elemento che concorre a far luce sul solido rapporto consolidato con Ciro Contini durante la latitanza: partecipò alla cosiddetta “strage dei parenti dei Sarno”, un vortice di vendette trasversali innescato per vendicarsi delle condanne incassate per effetto delle dichiarazioni rese dagli ex boss di Ponticelli e che avevano condannato all’ergastolo gli affiliati che un tempo avevano dato man forte al clan nato nel rione De Gasperi, tra i quali anche Roberto Schisa, marito di Luisa De Stefano. Secondo quanto riferito dalla ex donna-boss, Contini sarebbe l’esecutore materiale dell’omicidio di Giovanni Sarno, fratello disabile e con problemi di alcolismo degli ex boss di Ponticelli.










