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Dopo l’omicidio D’Onofrio, il fratello di Giovanni Mignano cercò di censurare il mio lavoro

Luciana Esposito di Luciana Esposito
5 Aprile, 2022
in Cronaca, In evidenza
0
Dopo l’omicidio D’Onofrio, il fratello di Giovanni Mignano cercò di censurare il mio lavoro
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screenshot_20220405-223350_messengerLo scorso 13 ottobre, all’indomani dell’arresto di Giovanni Mignano, suo fratello mi contattò per chiedermi con fermezza di rimuovere l’articolo in cui ricostruivo la storia camorristica della sua famiglia.

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Un copione prevedibile e puntuale, quello inscenato dai De Luca Bossa&friends all’indomani della pubblicazione di articoli che divulgano verità a loro poco gradite.

Minacce più o meno esplicite, l’insistente richiesta di cancellare la notizia, come se bastasse quello per rimuovere ogni traccia di reato. E l’immancabile presa di posizione che invoca l’estraneità della famiglia alle dinamiche malavitose del quartiere.

Un retroscena che assume tutt’altra connotazione, all’indomani del blitz giunto al culmine delle indagini volte a far luce sull’omicidio di Carmine D’Onofrio, 23enne figlio illegittimo di Giuseppe De Luca Bossa, fratello del boss ergastolano Tonino ‘o sicco e che identificano in Giovanni Mignano, giovane recluta dello stesso clan, la persona che ha condannato a morte D’Onofrio, indicandolo al boss Marco De Micco come il responsabile dell’esplosione dell’ordigno artigianale piazzato nei pressi dell’abitazione del boss il 28 settembre del 2021.

Giovanni Mignano, infatti, fu condotto a casa De Micco, al cospetto del boss. Schiaffeggiato ed interrogato, affinché rivelasse il nome dell’attentatore. E’ così che Mignano consegna in pasto al livore di vendetta di Marco De Micco il nome di Carmine D’Onofrio che di fatto è stato giustiziato la notte del 6 ottobre.

Un omicidio eclatante, per varie ragioni.

In pochi nel quartiere erano a conoscenza della vera identità del padre del giovane. Un dettaglio emerso rapidamente, nelle ore successive all’efferato omicidio, consumatosi sotto gli occhi attoniti della compagna al nono mese di gravidanza, per giunta.

Una vera e propria esecuzione, colpi esplosi a bruciapelo e con chirurgica precisione.

La replica dello Stato non si fece attendere.

Con l’intento di depauperare i clan attivi sul territorio, il 12 ottobre scattano le manette per diversi affiliati, tra i quali figura anche Giovanni Mignano. Un arresto che può definirsi provvidenziale, perchè probabilmente gli ha salvato la vita. Le intercettazioni confermano il rumors che immediatamente si diffuse nel quartiere in seguito all’omicidio D’Onofrio: il giovane era stato tradito da un amico di cui si fidava e che sembrava destinato ad andare incontro allo stesso destino. Difficilmente un boss cinico e spietato come Marco De Micco poteva concedergli un atto di magnanima generosità, decidendo di non gettarlo in pasto ai suoi sicari. In tanti ipotizzavano che “il traditore” poteva essere stato già giustiziato e il suo cadavere occultato in modo da cancellare ogni traccia della sua vita terrena, affinchè non potesse essere mai più ritrovato.

Proprio lo stesso trattamento che i Sarno riservavano ai traditori.

Ne era consapevole Mignano, figlio di un ex affiliato al clan nato nel Rione De Gasperi, poi passato dalla parte dei De Luca Bossa quando Tonino ‘o sicco optò per la scissione. Un tradimento che i Sarno non perdonarono a Mignano e che gli è costato la vita.

Proprio la ricostruzione della storia della famiglia Mignano e quel parallelo tra “vecchio” e “nuovo”, contestualmente all’arresto di Giovanni Mignano, scatenò l’ira di suo fratello che mi ha esplicitamente espresso tutto il suo disappunto.

“Prima di scrivere sciocchezze su mio padre e su mio fratello, informati prima bene sui fatti. Mio padre ha fatto la sua scelta di vita e non ha nulla a che fare con noi figli… sono 19 anni che mio padre non c’è più e quando è venuto a mancare noi eravamo solo dei bambini, quindi non ci ha potuto trasmettere nessuna indole camorristica anche perchè senza offesa tua sia la famiglia di mio padre che quella di mia madre sono tutte brave persone, quindi ti invito a cancellare il post che hai pubblicato in quanto sono solo fesserie. (…) Lei ha scritto cose non vere in riguardo alla mia famiglia e io mi sento in diritto di difenderla. (…) Impara a scrivere meglio, l’ho invitata a cancellare il post per via delle sciocchezze che ha scritto non essendo vero sulla questione di mio fratello, le ripeto mio padre ha fatto la sua scelta ed ha pagato con la VITA, ma ciò non vuol dire che mio fratello è un camorrista.”

Un paio d’ore dopo, giunge il puntuale “messaggio di redentore”: “Le chiedo scusa per lo sfogo, ma ho solo paura che mio fratello si possa trovare vittima di qualche agguato a seguito della lettura dei vostri articoli. Mio fratello è un bravo ragazzo, lavora ed è solo colpevole di vivere in un brutto quartiere e di portare un cognome pesante.“

Frasi che alla luce del clima che si respirava in casa Mignano in quel momento storico, assumono un significato inequivocabile.

Il riflettore acceso sulla famiglia Mignano da un “innocente” articolo di giornale, ringalluzzisce la paura della “vendetta” che poteva concretizzarsi su entrambi i fronti, laddove i De Luca Bossa fossero venuti a conoscenza del fatto che Giovanni Mignano “si era cantato” – aveva fatto il nome – di Carmine ai rivali del clan De Micco che a loro volta potevano decidere di disfarsi di quella “spia”.

La mia risposta?

“Se i miei articoli avessero il potere di condizionare l’evoluzione delle dinamiche camorristiche, Ponticelli sarebbe un quartiere abitato solo da brava gente.”

 

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