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Torino,maestra urla contro poliziotti: “Dovete morire””, la replica di due bambini

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
2 Marzo, 2018
in In evidenza, News
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Torino,maestra urla contro poliziotti: “Dovete morire””, la replica di due bambini
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professoressatorinoHanno fatto molto discutere e hanno suscitato reazioni forti le urla della maestra rivolte agli agenti di polizia, durante il corteo degli antagonisti contro CasaPound a Torino: “Vigliacchi, mi fate schifo. Dovete morire”,”Senza manganelli, quando volete, fascisti”.

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Il filmato, trasmesso dal programma Matrix di Canale 5, ha innescato un corposo calderone che ha portato il Miur ad avviare accertamenti sul caso: il comportamento dell’insegnante ripresa in tv mentre insulta e minaccia le forze dell’ordine è al vaglio del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

Il corteo antifascista ha cercato di raggiungere a suon di bombe carta l’hotel Nh di Corso Vittorio Emanuele dove era in programma un incontro elettorale con Simone Di Stefano, leader di CasaPound. Dopo aver aggirato un primo blocco, gli antagonisti sono stati caricati da polizia e carabinieri con idranti e lacrimogeni. Alcuni manifestanti hanno lanciato bottiglie, rovesciato e incendiato cassonetti dei rifiuti e divelto le recinzioni di un cantiere stradale vicino alla stazione ferroviaria di Porta Susa dove sono state raccolte pietre da scagliare contro gli agenti. Sei poliziotti sono rimasti feriti.

Lavinia Flavia Cassaro è diventata così l’insegnante più famosa d’Italia. Insegna all’Istituto Comprensivo Leonardo Da Vinci di Torino, una scuola elementare nella periferia Nord della città dove fa ore di compresenza in una classe. No Tav, No Muos, antagonista e fiera antifascista.

La giovane è componente del centro sociale Gabrio. La digos la conosce molto bene e in passato ha maturato precedenti legati ad occupazioni, imbrattamenti e manifestazioni di piazza.

Nata nel 1980 a Piazza Amerina, ad Enna, risultava residente a Bologna, ma di fatto domiciliata a Torino. Un verbale di identificazione per una denuncia per “imbrattamento di cose altrui” la descrive come “sposata, insegnante, conosciuta agli archivi di Polizia”.

Nel suo profilo Facebook condivide più volte notizie legate alla lotta contro la Tav e alle proteste dei No Muos. La sua presenza in Val di Susa è stata registrata più volte, anche e soprattutto quando i cortei sono finiti in scontri con le forze dell’ordine. ”

Non è la prima volta, dunque, che la giovane donna si lasci andare ad esternazioni di disprezo verso le forze dell’ordine: nel 2013 in un post pubblicato su facebook definì “vigliacco di merda” un agente che sparò ad un cane che gli ringhiava contro. Il suo nome sarebbe finito più volte nei taccuini delle forze dell’ordine per gli insulti urlati in faccia ai “celerini” in tenuta antisommossa. La Digos l’ha denunciata per quel “dovete morire” finito in televisione e la segnalazione è già arrivata in procura.

Anche per questo motivo il ministero dell’Istruzione ha aperto un “caso” su Lavinia Flavia Cassaro: è stato avviato un procedimento disciplinare con l’intento di capire se sia compatibile con il ruolo educativo che svolge. Ci sarebbero dei dubbi, rinvigoriti da quanto successo a Torino. Il Corriere infatti riporta la testimonianza di una mamma dell’Istituto il cui figlio, alunno alle medie, “sentiva le urla arrivare dal piano delle elementari dove c’era lei”. “Gridava sempre e i bambini erano terrorizzati – spiega Claudia – finché un papà si è arrabbiato e allora finalmente l’hanno tolta dalla seconda B” per mandarla con bimbi più grandi.

Tra le tante repliche diramate pubblicamente alle urla della docente, hanno destato molto clamore e consenso, in particolare, le lettere di due figli di appartenenti alle forze dell’ordine.

“Cara professoressa, ti parla la figlia di un appartenente alle forze dell’ordine. Tu che gli urli «dovete morire»: sappi che ogni volta che mio padre si allaccia gli anfibi e si chiude il cinturone ho davvero paura che qualcuno lo faccia morire”: inizia così la lettera aperta che la figlia di un carabiniere ha scritto alla maestra che a Torino. A diffondere la lettera è stato il Cocer, l’organismo di rappresentanza sindacale dei Carabinieri, che ha deciso di rendere pubblico lo scritto definendolo una «grande lezione di educazione civica».

«Forse tu non sai cosa vuol dire. Tu non sai cosa vuol dire vivere di turni, vivere di imprevisti, di compleanni in cui nelle foto ci sono tutti: tranne lui. Del pranzo di Natale che diventava freddo a forza di aspettarlo. Del cuscino vuoto accanto a mia madre. Del freddo, del sonno, del sangue sulla strada, degli insulti che gente come te ogni giorno rivolge a chi indossa una divisa.
Cara professoressa, hai mai provato ad accarezzare la stoffa della giacca di un poliziotto o di un carabiniere? Sai non è di un cotone morbido, non è il lusso che tutti credono che lo Stato regali a quegli uomini e a quelle donne in divisa.
Cara professoressa, tu sai che mentre auguravi a quei ragazzi la morte, a casa c’erano i loro bambini che si erano appena addormentati e che si aspettavano di vedere i loro papà il giorno dopo come tutti i giorni? Lo sai che c’erano madri, fidanzate e mogli che in quel preciso momento stavano pensando a loro? E stavano pensando se magari potevano avere troppo freddo là fuori?

Non sono dei mostri come li dipingete. Ma sono persone. Le stesse persone che chiamate a tutte le ore se avete bisogno di aiuto, e loro anche se voi gli augurate le morte vengono ad aiutarvi: perché hanno giurato di esserci, e quella divisa che tanto odiate rappresenta anche questo. C’è chi della propria divisa ne fa un abuso, come ovunque c’è la mela marcia e sono concorde nel punirlo adeguatamente secondo le leggi, ma non per questo bisogna augurare il male a tutti coloro che indossano una divisa. Perché io nonostante tutto non auguro del male a nessuno e mai lo farò, perché mi hanno insegnato il rispetto per la vita di tutti.
Così, cara prof, ora vai e guarda negli occhi tuo padre e tuo marito/compagno/ fidanzato che sia (se ne hai uno), guardali negli occhi e cerca solo di immaginare cosa si possa provare: a sapere che tanta gente come te augura la morte a quegli uomini che per noi sono la vita.”

Il piccolo Michele Fezzuoglio aveva solo sei mesi quando il padre Donato, Carabiniere Scelto, fu ucciso nel tentativo di sventare una rapina nel 2006. Anche Michele ha scelto di rispondere alla docente con una lettera pubblica: «Buonasera prof, mi chiamo Michele, non le nascondo che sono un po’ arrabbiato con lei. Oggi le faccio conoscere qualcosa di me e del posto dove vivo. Mi stringa forte la mano, ci troviamo ad Umbertide esattamente in via Andreani, si guardi intorno, osservi com’è tranquilla la cittadina. 12 anni fa alla sua destra c’era una banca, scattò l’allarme per rapina, arrivò la pattuglia del 112, i due carabinieri corsero in aiuto a cittadini in pericolo. Alcuni rapinatori rimasti fuori spararono alle spalle di papà e morì. Mi stringa la mano e si guardi intorno, li c’è una targa con delle corone, lì invece una fioriera voluta da tanta gente di cuore con disegnato il tricolore. Venga andiamo in via xxxxxxx, in questa casa ci abito con la mamma, la osservi, sopra quel mobile c’è un berretto, lo stesso che era sopra la bara avvolta nel tricolore il giorno del funerale di mio padre, guardi quante foto, attestati ed encomi, sono tutti di mio padre, li ha ricevuti sia in vita che dopo. Senta anche che silenzio, se ci fosse stato papà sarebbe stata una casa rumorosa, avrei avuto un fratello o una sorella o entrambi. Venga prof, le faccio vedere dove dormiva mio padre, il suo armadio, le sue cose. Guardi queste scatole, sono piene di lettere, scritte da tanti Italiani per dimostrare affetto a mio padre, all’Arma dei Carabinieri alla mia famiglia, ma soprattutto a me che allora avevo solo 6 mesi. Ora la porto nella mia seconda casa. Ci dobbiamo spostare di qualche chilometro, nella zona dove abitano i miei nonni materni. Mio padre diceva che in quei posti c’era pace. Intanto lei osservi quanto è bella la mia Umbria. Siamo arrivati, si è resa conto che siamo in un cimitero? Eccola la mia seconda casa. Ora le racconto alcuni episodi, avevo 4 anni e mezzo quando ho imparato a leggere i nomi scritti in stampatello sulle lapidi dei defunti. Qui sono arrivato in bici per mostrarla a mio padre, ancora, le dirò di quando sono entrato con 2 papere, con il cane, ho portato disegni e oltre i fiori porto regali. Prof ora le chiedo di poggiare la sua mano su questa tomba, pensi il freddo delle mie labbra quando bacio papà. Quante cose avrei da raccontarle prof, faccio tanti chilometri in giro per l’Italia per parlare di lui, faccio tanto fatica a scuola quando in alcuni periodi sento di più la sua assenza, fortuna i suoi colleghi insegnanti capiscono quell’alunno che a volte si distrae per non piangere o che ride per soffocare un brutto pensiero. Basta prof, la lascio tornare a casa, nel tragitto rifletta della lezione noiosa. Quando è arrivata guardi negli occhi suo padre e lo abbracci….Intanto io scrivo al Ministro, non per farla punire, ma per darle dei consigli. Vorrei mai più manifestazioni che incitano violenza, chi parla dovrebbe evitare parole che uccidono quanto quel proiettile di kalashnikov sparato alle spalle di quel carabiniere che per me voleva un mondo a colori…. Arrivederci prof…Buon rientro».

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