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L’ombra del racket sull’entroterra vesuviano e Napoli est

Luciana Esposito di Luciana Esposito
2 Febbraio, 2018
in Cronaca, In evidenza
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L’ombra del racket sull’entroterra vesuviano e Napoli est
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84359_conocal28 novembre 2017: una data che avrebbe dovuto vedere la camorra ponticellese deporre definitivamente le armi e che invece ha determinato l’inizio di una nuova e tesissima era. 23 persone ritenute contigue alla cosca dei De Micco, l’organizzazione che, dopo il declino del clan Sarno, ha saputo imporsi camorristicamente a Ponticelli, conquistando il monopolio dei business illeciti: dallo spaccio alle estorsioni, senza tralasciare le altre attività, come la gestione delle imprese di pulizie operanti nei rioni popolari, il contrabbando, ai quali sembrano aggiungersi i nuovi affari sui quali la camorra sta iniziando a investire ingenti somme, in primis il commercio dei detersivi contraffatti. Una stangata che ha sensibilmente rimaneggiato il clan dei “Bodo”, complice anche una massiccia operazione di polizia che ha stanato molteplici arsenali del clan in cui erano nascosti ingenti quantitativi di armi di vario tipo.

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Pistole, caricatori, kalashnikov, mazze da baseball ancora sporche di sangue e perfino una bomba. Quella in atto nel quartiere più densamente popolato e geograficamente esteso di Napoli è una vera e propria guerra. Un’occasione propizia per “la camorra emergente”, il sodalizio che vede le carcasse di diversi clan messi all’angolo dal sopravvento dei De Micco a Ponticelli, alleati ad altri gruppi che hanno dovuto cedere il passo ad altre cosche che hanno saputo imporsi nei quartieri di Barra e San Giovanni a Teduccio, fino al quartiere Mercato. Da Napoli est fino al ventre caldo di Napoli, un esercito di camorristi più o meno giovani che condivide livore e desiderio di rivalsa e che hanno voluto unire le loro forze per imporsi su una fetta di territorio di per sè considerevole e che confina con l’entroterra vesuviano: un bacino di comuni in cui l’economia è ricca e florida. A far gola sono soprattutto le tante attività commerciali che pullulano ai piedi del Vesuvio.

Non ha perso tempo “la camorra emergente” e nelle ore immediatamente successive al blitz che ha decapitato il clan dei tatuati ha inviato segnali intimidatori piuttosto espliciti proprio ai De Micco: una serie impressionante di “stese” – colpi d’arma da fuoco rivolti contro le abitazioni di “bersagli sensibili” oppure esplosi in aria, a scopo intimidatorio – si sono alternate, lungo le strade in cui risiedono le figure di spicco del clan che negli ultimi anni ha tenuto sotto scacco Ponticelli. Immediata la risposta dei De Micco che, dal loro canto, devono far fronte alla duplice difficoltà di contrastare le insidie e le minacce che giungono dal clan emergente e continuare ad imporre il proprio dominio sul territorio per consentire a tutti di esser certi che, seppure abbiano pesantemente subito il colpo, sono ancora loro a comandare a Ponticelli. In questa morsa fatta di violenza cieca, polvere da sparo e linguaggio criminale, finiscono imprigionati una decina di commercianti del quartiere. Sono loro gli agnelli sacrificali finiti nel mirino dei De Micco per rifocillare le casse del clan e continuare ad affermare l’egemonia del clan sul quartiere. Tra le intenzioni e le azioni del clan, si frappone ancora una volta la polizia che fa scattare le manette per altre tre persone ritenute essere delle reclute dei De Micco alle quali era stato affidato il compito di applicare il metodo estorsivo ai danni dei malcapitati commercianti, i quali non hanno denunciato le angherie subite dalla camorra. Troppo viva, troppo forte e palpabile la paura di ritorsioni e vendette.

Tuttavia, attraverso un’indagine capillare, gli agenti del commissariato di Ponticelli, attraverso accertamenti tecnico-investigativi, riescono a mettersi sulle tracce dei tre che vengono arrestati per concorso nel reato di tentata estorsione, aggravata dal metodo mafioso. Giusto il tempo di smaltire lo choc del blitz, 48 ore dopo i gregari del clan dei Bodo si erano già riversati lungo le strade del quartiere per estorcere denaro ai commercianti finiti nella loro rete. Vincenzo Tabasco, pregiudicato di soli 20 anni, rintracciato dai poliziotti mentre dormiva a casa della suocera, Luigi Crisai, pluripregiudicato di 34 anni e Salvatore Coppola, di 36 anni, con pregiudizi penali a suo carico, intercettato dagli agenti in sella ad uno scooter, sono stati arrestati dalla Polizia di Stato, in circostanze diverse e per il medesimo reato. Tutti gli arrestati sono stati condotti in carcere.

I commercianti del quartiere non negano affatto la presenza della camorra nè di aver ricevuto ingenti richieste estorsive da parte dei “Bodo” e non solo da loro. In molti spiegano, con rabbia e convinzione, che “è meglio pagare e non avere brutti pensieri” piuttosto che “farsi venire la voglia di fare l’eroe” e quindi rischiare per sè e per i propri cari, in cambio di qualche migliaia di euro. Forte il senso di sfiducia nei confronti dell’operato delle associazioni anti-racket che nel corso degli ultimi anni erano insorte nel quartiere: “era uno spot politico per dare visibilità al politicante di turno per fargli ottenere qualche voto, come sempre accade speculando sulla pelle dei cittadini e dei “deboli”. E’ da anni che la politica usa questo quartiere solo per questo. Non c’è mai stata la volontà di aiutarci a venirne fuori. Certe cose, se si vogliono fare seriamente, non si fanno pubblicando foto su facebook e affrancando degli adesivi vicino alle vetrine dei negozi: così si diventa bersagli – spiega uno dei commercianti storici del quartiere – e ci si sovraespone al pericolo. E perchè poi? Per le manie di protagonismo di qualcuno che se ne frega dei problemi miei e del commerciante che sta nel negozio accanto al mio e quello ancora dopo. E’ sempre e solo la camorra a decidere se vale la pena di rischiare per chiedere il pizzo a un commerciante. Conoscono il territorio e sanno bene come e quando muoversi e anche come fare per “raggirare i guai”. Non ci dimentichiamo mai che Marco De Micco è uscito pulito dall’accusa di estorsione. Un commerciante di Ponticelli che vede assolvere dalla richiesta di estorsione quello che tutti noi abitanti del quartiere sappiamo essere un boss che speranza può avere nella legge?“

Per Marco de Micco, in effetti, il pubblico ministero antimafia aveva chiesto una condanna severa, proponendo la pena di dieci anni di carcere. I giudici della quinta sezione del Tribunale di Napoli lo hanno assolto, condannando De Micco a tre anni di reclusione per lesioni personali.
Gli avvocati difensori di “Bodo” – questo il soprannome del giovane boss del clan De Micco – hanno minato e scardinato la testimonianza del collaboratore di giustizia Domenico Esposito, evidenziando vuoti o mancanza di coincidenza tra i suoi ricordi e i riscontri investigativi e appellandosi a questioni di diritto sulla qualificazione giuridica di fatti al centro delle accuse.

Estorsione il principale capo d’accusa: Marco De Micco è stato l’unico ad aver optato per il rito ordinario affrontando il processo con l’analisi delle prove in dibattimento, i tre affiliati indicati come complici ed esecutori dei suoi ordini sono stati processati con rito abbreviato e condannati. Diverse le posizioni nelle ricostruzioni investigative, diverse le valutazioni dei fatti che portarono agli arresti e alla svolta nell’inchiesta sul racket imposto nella periferia a est di Napoli a imprenditori e commercianti costretti a pagare una tangente per poter svolgere le proprie attività senza problemi e senza ostacoli.

Nell’occhio del ciclone finì il cosiddetto “giro di Pasqua”, ovvero, una delle tre “rate annuali” richieste ai commericanti, in concomitanza delle festività e delle vacanze estive.

Marco De Micco, in particolare, era chiamato a rispondere dell’accusa di aver imposto al titolare di una ditta edile una tangente pari al 3% su lavori da 300mila euro realizzati a Ponticelli e di aver tentato di costringere il titolare di un negozio di abbigliamento a concedere credito alla moglie del fratello, credito che il commerciante rifiutò subendo un terribile pestaggio come punizione. Di qui l’accusa di lesioni per cui De Micco è stato riconosciuto colpevole. A puntare il dito contro di lui era stato il collaboratore di giustizia Esposito detto ‘o cinese. Nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere gli inquirenti sottolineavano come «certa» la causale del pestaggio «riconducibile allo “sgarbo” del commerciante». Le indagini ricostruirono anche la dinamica: la vittima venne prelevata e portata al cospetto del boss in un luogo fuori mano, un covo del clan che gli affiliati usavano per commettere azioni di quel genere. Punizioni, pestaggi brutali e violenti, “lezioni” esemplari contro chi osava opporsi alla volontà del clan, non piegandosi alla loro egemonia “con le buone maniere”. De Micco avrebbe chiesto conto di quell’affronto e avrebbe massacrato di botte il commerciante, fino a spedirlo in ospedale.

Quanto alla richiesta di tangente all’imprenditore edile, accadde che gli emissari del clan si recarono a battere cassa, la vittima chiese tempo e probabilmente sconti, pare che avesse tentato anche un contatto proprio con il capoclan (il che ha spinto gli inquirenti a ipotizzare la regìa di De Micco dietro il fatto), fu concessa una rateizzazione e dalle indagini è emersa anche una circostanza singolare: il rimprovero del boss agli emissari che avevano permesso l’avvio dei lavori in mancanza di qualsiasi assenso.

Marco De Micco finì in manette il 10 maggio 2013. Era a un banchetto di nozze, in un noto ristorante della provincia di Napoli. Gli agenti della squadra mobile e del commissariato di Ponticelli lo arrestarono nel bel mezzo della festa. Lo scettro del potere del male, dunque, passò nelle mani del fratello Salvatore e in seguito al suo arresto, in quelle di Luigi, anch’egli raggiunto da analogo provvedimento proprio nell’ambito del blitz del 28 novembre 2017.

I collaboratori di giustizia Rocco Capasso e Domenico Esposito rivelano che i De Micco disponevano di una vera e propria “lista delle estorsioni”: alcuni commercianti pagavano tre volte l’anno ovvero a Natale, Pasqua e a Ferragosto. Altri invece tutti i mesi, altri ancora ogni settimana.

Una ditta di autotrasporti versava nelle casse del clan 500 euro al mese, mentre il gestore di una sala slot pagava 1300 euro. I gestori delle piazze di spacci o i venditori di sigarette di contrabbando pagano 500 euro al mese. L’estate scorsa, i De Micco, hanno imposto una tangente di 500 euro al mese anche ai “magliari” che partono dal quartiere per mettere a segno truffe in altre città italiane o europee, smerciando abiti o prodotti di vario genere.

Tags: camorracamorra emergenteclanclan de miccocommerciantiestorsioniimprenditorimarco de micconapoliponticelliprovincia di napoliracket
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