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11 luglio 2008: la camorra uccide l’imprenditore Raffaele Granata a Varcaturo. Vittima del racket

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
11 Luglio, 2017
in Da Sud a Sud, In evidenza
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11 luglio 2008: la camorra uccide l’imprenditore Raffaele Granata a Varcaturo. Vittima del racket
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raffaele%20granata Marina di Varcaturo (Napoli), 11 luglio 2008 – Una delle spiagge più famose e frequentate del napoletano si trasforma in un ennesimo scenario di violenza. Gli attori sono sempre gli stessi: i Casalesi che, terrorizzati e indeboliti dalla mole di arresti e condanne subiti per il processo Spartacus, usano indiscriminatamente la violenza per tentare di non vedere sgretolata la loro egemonia sul territorio.

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Il messaggio è uno solo: colpire chiunque si ponga come ostacolo al riconoscimento del loro potere, chiunque alzi la testa, chiunque abbia il coraggio di dire no.

Per questa ragione Raffaele Granata, 70 anni, viene assassinato.

Una vita intera trascorsa a lavorare e non aveva smesso neppure con l’avanzare dell’età. Anzi: durante la stagione estiva, invece di ritornare a casa, a Mugnano, preferiva restare a dormire nella piccola casa che i Granata possiedono proprio di fronte al lido di loro proprietà, così da poter rimettersi al lavoro ogni mattina il prima possibile.

Qualche giorno prima dell’assassinio si erano presentati in due al lido di Granata, a chiedere una tangente a nome degli “amici di Castel Volturno”.

Raffaele Granata li aveva cacciati, come sempre aveva fatto in vita sua. Forse senza neppure smettere di lavorare, senza smettere di controllare che tutto filasse liscio in spiaggia, che il bar avesse abbastanza bibite fresche e che il pavimento fosse pulito.

Li aveva cacciati i Casalesi perché nella mentalità di Raffaele Granata, probabilmente, non c’entrava proprio che lui dovesse qualcosa agli “amici”.

Raffaele Granata non si era mai piegato alle angherie della camorra e non aveva mai pagato il pizzo. Anzi, puntualmente metteva alla porta gli estorsori.

Nel 1992, insieme con altri commercianti della zona, aveva denunciato le richieste estorsive che aveva subito ad opera del clan Bidognetti: la denuncia aveva portato all’arresto e alla condanna di tre persone.

Il parroco di Calvizzano, Don Luigi Ferrillo, durante la cerimonia funebre ha esortato tutti a «sentirsi colpevoli per quanto accaduto» sottolineando che «non bisogna combattere il malvagio, il quale anch’esso va redento: bisogna combattere la malvagità, facendo autocritica e ripudiando ogni forma di omertà».

La DDA di Napoli è concorde nel ritenere che anche dietro quest’ennesimo omicidio ci sia quello che è stato ribattezzato lo squadrone della morte dei Casalesi: Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo (‘O sergente), Emilio di Caterino, Pasquale Vargas, Giovanni Letizia (‘O zuoppo), Oreste Spagnuolo.

Una formazione che vede la collaborazione tra Casalesi e la famiglia Polverino di Marano.

Anche la giornalista del Mattino Rosaria Capacchione, infatti, in un articolo del 12 luglio 2008, riferisce che testimoni hanno riconosciuto tra gli esattori del lido la Fiorente “uno dei Portafoglio”. Portafoglio è appunto il soprannome dei Polverino, famiglia strettamente legata ai Bidognetti, stanziata sul litorale domizio, dove probabilmente offre appoggio logistico al commando armato dei Casalesi.

E sempre questi sono i nomi che Roberto Saviano, nella “Lettera alla mia terra”, ha indicato come i nomi dei responsabili di una “strategia militare violentissima… autorizzata dal boss latitante Michele Zagaria”, che va dall’omicidio di Umberto Bidognetti fino alla mattanza di Castel Volturno del 18 settembre.

Ma le prime indagini avevano portato anche ad ipotizzare il coinvolgimento della mafia serba nell’omicidio di Granata. I contatti della mafia serba coi i Casalesi del resto risalgono almeno al 1992, anno in cui armi jugoslave furono trovate nei covi del clan casertano.

Ad essere chiamato in causa è stato il killer Ninoslav Konstantinovic, il trentenne boss della gang di Zemun, sobborgo di Belgrado. Konstantinovic è ricercato in tutta Europa e in patria è stato condannato in contumacia a 35 anni per l’omicidio del primo ministro serbo Zoran Djindjic, avvenuto nel 2003.

Il giornale belgradese Blic ha inoltre ipotizzato il coinvolgimento del killer serbo anche nell’omicidio di Ciro Maisto, pregiudicato affiliato al clan Di Lauro.

A prescindere dell’effettivo coinvolgimento di Konstantinovic nell’omicidio di Granata e Maisto, gli accertati legami dei Casalesi con la mafia serba dimostrano, ancora una volta, quanto la camorra sia un problema internazionale.

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