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16 marzo: la mafia uccide due “informatori scomodi”

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
16 Marzo, 2017
in Da Sud a Sud, In evidenza
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16 marzo: la mafia uccide due “informatori scomodi”
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07cc02dc-6897-4cce-8bd0-766c7ab35be4_1200x499_0-5x0-5_1_crop Palermo, 16 marzo 1989: Antonio D’Onufrio era un barone, possidente terriero, del quartiere Ciaculli. Collaborò con la criminalpol palermitana fornendo informazioni logistiche sulla sua borgata utili agli investigatori per scovare i molti latitanti nascosti nella zona in cui viveva.

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Amico del Dottor Montana, tifoso delle Istituzioni, vicino alla Polizia, Antonio era un idealista e avrebbe voluto fare chissà che cosa per cambiare il mondo in meglio.

Fu ucciso il 16 marzo del 1989, a soli 39 anni, in una stradina del quartiere Ciaculli. La sua fu un esecuzione esemplare: dopo una raffica di mitra gli fu inferto un colpo di pistola in bocca. E’ la firma di Cosa Nostra sui cadaveri di chi ha “parlato troppo”.

Palermo, 16 marzo 1990: Emanuele Piazza, 30 anni, poliziotto, nome in codice “topo”, collaboratore del Sisde, i servizi segreti del ministero dell’Interno. Il suo compito: infiltrarsi nelle cosche dei corleonesi, le potenti famiglie di Resuttana e San Lorenzo. Se avesse contribuito alla cattura di Totò Riina e Bernardo Provenzano gli avevano promesso che sarebbe diventato un agente segreto a tempo pieno.

Figlio di un noto avvocato palermitano, è scomparso, inghiottito nel nulla, vittima della lupara bianca. E’ un giallo, sul quale indaga il giudice Giovanni Falcone.

Dopo mesi di silenzio, il padre, l’avvocato Giustino Piazza, dopo mesi di doloroso silenzio, esplode: “Mio figlio è morto. E’ stato ucciso, mandato allo sbaraglio. Mio figlio è morto, perché è stato illuso che prima o poi sarebbe diventato un vero agente segreto, ed il mio povero Emanuele c’ è caduto.”

Dopo la scomparsa di Emanuele, il Sisde hanno tentato di minimizzare il suo ruolo, ma non hanno potuto fare a meno di ammettere che Emanuele lavorava per loro. Inserito nei loro libri paga, veniva pagato con un compenso di un milione, un milione e mezzo di lire al mese. Emanuele Piazza fu visto l’ultima volta il 15 marzo del 1990. Lo prelevarono nella sua villa di Sferracavallo, una località balneare alla periferia occidentale di Palermo, dove abitava da solo, con il suo fedele cane Ciad, un aggressivo rottweiler. Due giorni dopo il mio compleanno dice l’ avvocato Piazza diedi una cena, e quella sera, il 18 marzo scorso, Emanuele non si fece sentire, neanche per farmi gli auguri. Non avendo più sue notizie andai a cercarlo nella sua villetta a Sferracavallo.

Alto poco meno di un metro e ottanta, robusto, atletico, esperto di lotta libera e karate, Emanuele Piazza aveva un passato di poliziotto. Per due anni aveva indossato la divisa, aveva frequentato il corso speciale delle teste di cuoio ad Abbasanta, in Sardegna. Poi era stato assegnato al servizio di piantonamento di alta sicurezza. Ma lui voleva fare il poliziotto vero e dopo alcuni mesi riuscì a farsi trasferire alla sezione narcotici della squadra mobile di Roma. Era contento del lavoro che faceva, aveva attivamente partecipato alla cattura del trafficante thailandese Ko Bak Kin, il corriere utilizzato dalla mafia per importare dal paese asiatico ingenti quantitativi di eroina in Sicilia.

Nel 1985 Emanuele lasciò la polizia, ma non aveva alcuna intenzione di cambiare mestiere. Trascorsi alcuni mesi entrò in contatto con uomini dei servizi. All’inizio non ricevette neanche una lira, poi quando cominciò a portare le prime notizie e a far concludere le prime operazioni, ottenne un compenso fisso.

Un lavoro del genere non si può fare senza un’adeguata copertura, senza avere ufficialmente una struttura alle spalle. Ed Emanuele è stato mandato allo sbaraglio. Appena ebbe affidato l’incarico, topo cominciò a frequentare gli ambienti della malavita di San Lorenzo, Resuttana e dello Zen. Faceva piccoli favori in cambio di informazioni. Riferiva a quelli del Sisde ed ai commissariati di San Lorenzo e Mondello. Ma non godeva di molta stima, era considerato uno che parlava troppo.

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