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Napoli: il dramma di Stefano Crescenzi, il detenuto morto perché gli hanno negato la scarcerazione

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
24 Gennaio, 2017
in Cronaca, In evidenza
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Napoli: il dramma di Stefano Crescenzi, il detenuto morto perché gli hanno negato la scarcerazione
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stefano-crescenzi-morto-in-carcere Stefano Crescenzi, è un giovane romano di anni 37, detenuto a Napoli in custodia cautelare in quanto condannato in primo grado, alla pena di anni 23 di reclusione dalla Corte di Assise di Roma. Il reato contestato è quello dell’omicidio di Giuseppe Cordaro avvenuto in Roma alla via Aquaroni, zona Tor Bella Monaca, il 30 marzo dell’anno 2013, per il quale il giudice di primo grado ha escluso che fosse un delitto di mafia.

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A causa delle sue gravissime condizioni di salute, dovute probabilmente connesse al secco e protratto rifiuto di alimentarsi, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nel mese di  settembre 2016, ritenne che Crescenzi non potesse rimanere presso un ordinario istituto penitenziario  e decise il suo trasferimento dalla casa circondariale di Livorno presso il centro clinico della casa circondariale  di Napoli – Secondigliano.

Il peggioramento delle condizioni di salute del detenuto, però, proseguiva.

Pochi giorni dopo il suo arrivo a Napoli, i sanitari del centro clinico della struttura penitenziaria Secondigliano, si sono resi immediatamente conto che non avrebbero potuto apprestare le cure al detenuto, le cui condizioni diventavano incontrollabili.

Così, la direzione sanitaria del penitenziario partenopeo decide il trasferimento all’Ospedale Cardarelli di Napoli. Da qui, viene ancora trasferito, in condizioni a dir poco preoccupanti, all’Ospedale Don Bosco di Napoli.

La situazione clinica  del detenuto, con il passare dei giorni, risultava sempre più compromessa, tanto da portare i difensori di Crescenzi, l’avvocato Dario Vannetiello del Foro di Napoli e l’avv. Daniele Fiorino del Foro di Roma, a chiedere alla Corte di Assise di Roma di revocare immediatamente la misura cautelare o, in via subordinata, adottare urgentemente una decisione   che consentisse  al detenuto di ricevere le cure adeguate in un centro specializzato, da individuarsi da parte della Corte o da parte dei familiari, anche con la modalità degli arresti domiciliari mediante controllo elettronico .

Il detenuto era, infatti, ritenuto dai sanitari a rischio di morte improvvisa.

La difesa aveva segnalato sin dal mese di ottobre 2016 che, come scritto dai sanitari, il detenuto era giunto addirittura in coma; inoltre, l’avvocato Dario Vannetiello, con un esposto al Primo Presidente del Tribunale di Roma, aveva rappresentato che il detenuto sarebbe morto se non fossero stati effettuati i giusti interventi e le opportune cure, in una struttura specializzata che poteva essere scelta dai familiari del malato in coma, non appena fosse venuta meno la misura cautelare.

Ulteriore richiesta di revoca della custodia cautelare era stata formulata dagli avvocati Vannetiello e Fiorino proprio giovedì scorso, 19 gennaio, ed indirizzata alla Corte di assise di appello di Roma – II sezione penale –  alla luce dell’ulteriore aggravamento delle sue già compromesse condizioni cliniche.

L’urgentissima richiesta formulata dagli avvocati – alla quale era stata allegata la più recente certificazione sanitaria del giorno 11.01.17 dell’Ospedale Don Bosco di Napoli attestante che il detenuto era in imminente pericolo di vita –   ancora non riceve risposta.

In tali provate condizioni, la decisione deve esser assunta con l’immediatezza che il caso impone.

Ognuno ha diritto di non morire, compreso un uomo in stato di detenzione.

Inoltre, quando non sopraggiunge la condanna definitiva, vige la presunzione d’innocenza, fino alla decisione definitiva di condanna.

La legge prevede che un uomo può essere sottoposto a carcerazione preventiva, quindi prima della sentenza definitiva di condanna, ma, devono ricorrere le esigenze cautelari che sono quelle del pericolo di inquinamento delle prove, di fuga e di reiterazione del reato. E non è, di certo, questo il caso.

Nel presente caso, il pericolo di inquinamento delle prove era superato dall’avvenuta conclusione del processo di primo grado.

Mentre il pericolo di fuga e quello di reiterazione era escluso in radice dall’essere il detenuto in coma, in fin di vita.

Allora perché la Corte di Assise di appello di Roma non ha deciso subito?

I Giudici del Tribunale dal riesame, se avevano già ricevuto la allarmante comunicazione dai sanitari dell’Ospedale Don Bosco che Crescenzi stava per morire, perché hanno deciso di prolungare la procedura decidendo di conferire un incarico peritale, con inevitabile prolungamento della decisione su un caso così urgente da definire?

C’era di mezzo la vita di un uomo.

Nonostante tale drammatica situazione il Tribunale del riesame di Roma,  presidente dott. Azzolini, relatore dott. Steidl, in una prima occasione, non aveva ritenuto sussistenti i presupposti  per revocare o sostituire la misura cautelare, mentre in una seconda occasione, pochi giorni fa, il 13 gennaio, hanno ritenuto opportuno fissare un’altra udienza per chiedere ad un medico di loro fiducia quali fossero le condizioni cliniche del detenuto, incomprensibilmente dimostrando di non fidarsi della certificazione sanitaria, presente in atti, dei medici dell’ospedale partenopeo che invece avevano da tempo “visto giusto” .

Purtroppo, l’ulteriore udienza, ritenuta necessaria dal Tribunale del riesame nonostante lo stato di coma che perdurava da ben tre mesi, non avrà senso perché Stefano Crescenzi è deceduto.

La ricostruzione dei fatti, viene resa nota dai legali del giovane romano “condannato a morte” dall’inerzia della macchina burocratica.

Un caso che rilancia una questione che non passa mai di moda e che porta ad interrogarsi in merito ai diritti – reali e presunti – dei detenuti.

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