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Quello che Gomorra insegna alla camorra e viceversa

Luciana Esposito di Luciana Esposito
9 Maggio, 2016
in In evidenza, News
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maxresdefaultGiovani soldati assoldati dalla camorra, “fatti con lo stampo”, ovvero in grado di esibire un comportamento standardizzato, nella mimica, nell’ideologia, nella gestualità, nelle intenzioni, nel registro linguistico e nell’approccio alle mansioni criminali alle quali sono chiamati ad adempiere.

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Stesso abbigliamento, stesso taglio di capelli, talvolta, anche le scarpe e le griffe da esibire sulle t-shirt non sono una scelta dettata dalla casualità.

La camorra ha imparato ad utilizzare anche quegli espedienti che possono apparire insignificanti per consolidare il senso d’appartenenza al clan e fomentare lo spirito di coesione tra le giovani leve.

Menti adrenaliniche, acerbe, predisposte all’esaltazione e al protagonismo e pertanto facili da forgiare a immagine e somiglianza di un credo che conferisce terrene spoglie al legittimo desiderio di sfuggire alla dilagante povertà che infoltisce il degrado nelle “terre di Gomorra”.

Scampia, quella Scampia, portata nuovamente alla ribalta dalle pellicole cinematografiche scalfite dalla penna di Roberto Saviano e che di recente è ritornata ad accogliere anche “la vera camorra”, consegnando alla cronaca contemporanea la storia di Walter Mallo, un giovane aspirante boss che, proprio come Genny Savastano, ha voluto giocarsi la sua grande occasione, radunando intorno a sé una paranza di giovanissimi per dichiarare guerra ai vecchi capi e conquistare il controllo del potere criminale tra le mura di quel quartiere, “il loro” quartiere.

Brama di potere e desiderio di rivalsa, si fondono così ad un malsano senso d’appartenenza che, galvanizzato da una pippata di “roba buona” unitamente alla delirante sfrontatezza che deriva dalla consapevolezza di “camminare con il ferro in tasca”, tramuta dei “ragazzi normali” in “soldati del crimine”.

Dalla “paranza dei bimbi” di Forcella che ha disseminato il terrore tra i vicoli del centro storico l’estate scorsa, sotto le direttive dei fratelli Emanuele – ucciso il 2 luglio 2015 in un agguato – e Lino Sibillo – arrestato dopo una lunga latitanza – all’” esercito” di “guagliuncelli” coinvolto nella faida in corso tra i clan del rione Sanità e quelli riconducibili alla periferia Nord di Napoli, la sostanza resta invariata.

Scene già viste, copioni già recitati, battute già pronunciate. Fino alla nausea.

Non è una forzatura associare “scene di Gomorra” alle “vere scene di camorra”, perché, se è vero che – per ammissione dello stesso Roberto Saviano – dialoghi e trame della serie sono ripresi da intercettazioni e fatti realmente avvenuti, è altrettanto vero che il seguito e il clamore sortiti dalla prima serie di Gomorra hanno fornito un prezioso assist alla criminalità organizzata che – in maniera più o meno volontaria – si avvale del “fascino della fiction” per incrementare le sue stesse quotazioni in borsa.

Degli eroi da emulare, delle gesta da applaudire, delle frasi da pronunciare per “sentirsi uno buono”: così appare “Gomorra – La Serie” agli occhi delle giovani reclute della camorra.

La recente operazione “Oasi” condotta dalle forze dell’ordine a Scampia, grazie all’ausilio di microspie e telecamere per sgominare il mercato della droga, fornisce una testimonianza eloquente in tal senso. Uno stralcio di realtà che rende più che attuale il contesto sociale raccontato nella fiction. E non solo.

Una piazza di spaccio allestita in un edificio del lotto R di via Ghisleri, a Scampia, nella cosiddetta “oasi del Buon Pastore”. Era lì che, prevalentemente, tra appartamenti d cortile, teneva banco la vendita della droga. Nel corso delle indagini, che hanno portato anche al sequestro di ingenti quantitativi di droga, la polizia ha scoperto che gli inquilini del palazzo erano costretti a subire soprusi, angherie e minacce da parte degli spacciatori. Un’operazione che ha portato all’arresto di nove persone, tutti giovanissimi, tra i quali, anche un minorenne: i fratelli Emanuele, Vincenzo (detto Lallà), Antonio Pandolfi (detto ‘o russo) e Carmine Pandolfi (detto a’ braciola), di 22, 25, 24 e 18 anni; Gilberto Fuiano, di 24 anni; Imma Liguori, 42 anni (la dirimpettaia della famiglia Pandolfi); Francesco Errico, 35 anni. Ai domiciliari sono finiti, invece, Salvatore Romano, di 20 anni, e un altro dei fratelli Pandolfi, Fabio, di 20 anni.

L’uscita di tutti gli arrestati è stata salutata con baci e urla da un folto numero di parenti e amici, alcuni dei quali hanno anche immortalato il momento con i telefonini.

Di contro, gli arrestati, tranne una donna che si è coperta il viso con un cappotto, hanno dispensato sorrisi e occhiolini.

”Siamo più forti di prima”: questa la frase urlata da uno degli arrestati, rivolta ad alcuni familiari prima di entrare nella Volante della Polizia davanti al locale commissariato. Urla forte la sua sfrontatezza quel ragazzo, dopo che una donna, lanciandosi tra le sue braccia, riesce a baciarlo prima di essere allontanata con la forza dagli agenti.

Una scena vista, rivista e stravista: da un lato “le guardie”, i nemici giurati fedeli ed “infami” servi di quello Stato che viene sistematicamente identificato come il “tarlo” che ostruisce l’ascesa al potere del “vero Stato”, ovvero, “l’impero del male”, il clan. Dall’altro, “le vittime”, i gregari della camorra finiti sotto la “sciagura” delle manette, eroi da acclamare, figli da proteggere, esempi da applaudire.

Sono gli stessi ragazzi di Scampia ad attribuire tutt’altro valore a quell’”uscita teatrale”.

“Siamo i più forti”: così Genny Savastano carica i baby-boss in una scena della prima serie di Gomorra.

“Siamo i più forti”: una frase che, non di rado, rimbalza sulle bocche dei baby-soldati della camorra. Urlata durante “le stese”, ma anche in contesti “innocui”, nell’ambito delle scene di quell’ordinaria normalità che dovrebbe appartenere a tutti i giovani, ma che, puntualmente viene squarciata da quell’impellente bisogno di professare supremazia, rispetto, credibilità.

Perché lo insegna la fiction: è anche così che si conquista il rispetto della collettività e si incute un senso di “lecito timore”, nei nemici e nei seguaci.

Tags: . napolibaby-bossclancriminalitàgomorragomorra la serieparanza dei bimbiroberto savianoscampia
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