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Le terribili condizioni dei migranti di transito in Libia. Alcune testimonianze di donne che hanno subito vere e proprie torture.

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
30 Aprile, 2015
in Fratelli d'Italia
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Le terribili condizioni dei migranti di transito in Libia. Alcune testimonianze di donne che hanno subito vere e proprie torture.
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libia

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Dalla frontiera meridionale libica ogni anno entrano migliaia di migranti e rifugiati sprovvisti di documenti, alcuni dei quali poi continuano il viaggio verso l’Italia. Le testimonianze qui riportate, denunciano gravi crimini commessi tanto dai passeurs (coloro che organizzano i viaggi e che fanno “passare” la frontiera) quanto dalle forze dell’ordine libiche.

Parliamo di abusi, vessazioni, maltrattamenti, arresti arbitrari, detenzioni senza processo in condizioni degradanti, torture, violenze fisiche e sessuali, rimpatri di rifugiati e deportazioni in pieno deserto.

Picchiano le donne e sparano a bruciapelo. Nel carcere sono  continuamente rinchiusi centinaia di richiedenti asilo politico e rifugiati, già riconosciuti dall’UNHCR in Sudan, che protestavano pacificamente contro le condizioni terribili di detenzioni, i continui maltrattamenti e le uccisioni.

I centri di detenzione libici continuano a macchiarsi di terribili crimini, crimini che l’Unione europea spesso finge di non vedere. La vita dei migranti in Libia è a rischio molto prima delle eventuali espulsioni, fin dai viaggi attraverso il deserto per entrare nel Paese e raggiungere il Mediterraneo. Esperienza spesso più pericolose del mare.

Le testimonianze qui raccolte sono terrificanti, nello specifico raccontano le condizioni disumane e le torture subìte all’interno dei centri di detenzione della libia.

Fatawhit, Eritrea : “Avevamo già lasciato le coste libiche da tre giorni, quando siamo arrivati all’altezza delle piattaforme petrolifere. D’un tratto in mezzo al mare sorgono delle piattaforme immense da cui escono lingue di fuoco. Proprio da là è uscita una nave che ci ha accostato. Non so di quale paese fosse, credo che l’equipaggio fosse per metà libico e per metà italiano. E’ stata quella barca che ci ha scortato fino alle coste libiche e ci ha lasciato nelle mani della polizia. Siamo stati prima portati per 2 mesi alla prigione di Djuazat, 1 mese a Misratah e 8 mesi a Kufra. Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure, in tutto c’erano 250 persone, 60 per stanza. Dormivamo al suolo, senza neanche un materasso, c’era un solo bagno per tutti 60, ma si trovava all’interno della stanza dove regnava un odore perenne di scarico. Era quasi impossibile lavarsi, per questo molte persone prendevano le malattie. Mangiavamo una sola volta al giorno, quasi sempre riso. In tutto c’erano quindici poliziotti, spesso ci sequestravano i soldi. Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinte e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. Una volta c’era un ragazzo che ha cercato di scappare, voleva tornare nel suo paese, non riusciva più a sopportare le condizioni di vita della prigione. Lo hanno preso e lo hanno picchiato tanto da spezzargli le ossa, per poi lasciarlo andare. L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare.”

Il problema delle carceri è di dimensioni  drammatiche e, va detto, non riguarda solo i centri di detenzione gestiti dalle milizie. Migliaia di persone, restano in carcere senza accusa né processo.

Saberen, Eritrea: “Siamo stati arrestati quando la nostra barca aveva lasciato le coste libiche da circa un’ora. La polizia ci ha intercettato, ci ha riportato a riva e là ha cominciato a picchiarci. Le violenze sono continuate anche nella prigione in cui siamo stati portati: Djuazat. Sono rimasta lì per 1 mese e mezzo. Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari, in più prima di uscire mi hanno rubato i gioielli e gli ultimi soldi che mi restavano.”

Nei centri di detenzione riportati, sotto il controllo delle autorità si segnalano trattamenti crudeli e degradanti, un esempio è l’obbligo di correre senza fermarsi nei cortili o di camminare sulle ginocchia, il divieto d’incontrare i familiari, il ricorso all’isolamento per lunghi periodi di tempo. Una vera e propria opera di tortura a discapito di donne e uomini martoriati, colpevoli di trovarsi in quel luogo, che dovrebbe essere solo di passaggio.

Selam, Etiopia : “Ho vissuto due anni in Libia. Sono stata arrestata 3 volte dalla polizia, la prima volta quando stavo traversando il deserto, alla frontiera tra Sudan e Libia, due volte quando stavo in casa. Sono stata detenuta un mese nella prigione di Kufra. Dormivo in camerate con altre 50/60 persone, donne e uomini, sul suolo. Ci davano solo dell’acqua salmastra e del pane. Ho assistito alla stupro di una donna. Spesso sono in quattro cinque poliziotti che violentano una sola donna. Molte rimangono incinte. Una volta che escono di prigione non resta loro che affidarsi a coloro che praticano l’aborto clandestino, a volte utilizzano la tecnica dell’ago, in cambio di 200-300 dollari. Molte donne sono morte in seguito agli aborti.”

Araya, Etiopia: “Ho vissuto due anni in Libia, sono stata arrestata tre volte. Sono stata detenuta in una prigione vicino a Tripoli. Durante la detenzione ho subito una violenza sessuale da parte dei poliziotti. Erano in più di due. Quasi tutte le donne che sono detenute nelle prigioni libiche subiscono delle violenze sessuali da parte della polizia, forse le uniche che sono risparmiate sono le donne con dei figli molto piccoli.”

Nei reparti femminili, inoltre, sono state denunciate ispezioni particolarmente umilianti, per verificare se pube e ascelle siano depilati o per accertarsi che le detenute che non prendono parte alla preghiera abbiano davvero le mestruazioni, essendo questa l’unica eccezione consentita.

Wendummo, Eritrea: “Ho vissuto tre anni in Libia. Sono stata arrestata in tutto 5 volte: 1 volta durante il viaggio, nel deserto, due volte quando mi trovavo in casa, una volta quando ero sulla costa aspettando la barca e una volta dopo 10 ore di viaggio in mare, siamo stati intercettati e riportati sulla costa. Ad ogni arresto seguivano uno o due mesi di prigione. Sono stata nella prigione di Kufra e Misratah. A Misratah eravamo 80 donne e 60 uomini nello stesso stanzone, dormendo al suolo. Ho visto più volte mio marito farsi picchiare dalla polizia, ma non potevo fare niente, perché se no avrebbero fatto anche a me quello che stavano facendo a lui. Nel viaggio che mi ha portato a Lampedusa ero sola con mia figlia di 19 giorni, mio marito è rimasto in Libia.”

Hewat, Etiopia: “Ho vissuto due anni in Libia, durante i quali ho subito tre controlli della polizia. La prima volta ero in viaggio, alla frontiera con la Libia, mi hanno arrestato e incarcerato a Kufra. La seconda volta ero in una casa dove avevano radunato tutti coloro che si dovevano imbarcare a breve. La polizia libica ha fatto una retata, sono entrati in casa. Hanno cominciato a picchiare mio marito, ho cercato di fermarli ed hanno picchiato anche me, mi hanno gettato al suolo. Ero incinta e subito dopo ho perso il mio bambino a causa dei colpi. La terza volta sono riuscita a imbarcarmi ma dopo 10 ore di viaggio la barca si è rotta, la polizia libica ci intercetta, ci riporta sulla costa e siamo tutti trasferiti nella prigione di Djuazat.”

Secondo Amnesty International numerosi prigionieri sono morti in carcere dopo aver subito trattamenti disumani.  I delegati di Amnesty  presenti in Libia hanno incontrato alcuni detenuti a Tripoli, Misurata e Gheryan, che recavano visibili segni delle torture: ferite ancora aperte sulla testa, sulle braccia, sulla schiena e su altre parti del corpo. Le torture sono inflitte da appartenenti alle forze di sicurezza e militari ufficialmente riconosciute, così come dalle moltitudini di milizie armate che operano al di fuori di qualsiasi contesto legale.

Dopo tutte le promesse di porre i centri di detenzione sotto controllo, è terribile constatare che non c’e’ stato alcun passo avanti per porre fine a questi trattamenti disumani. Anche quando le milizie saranno estromesse dalla gestione delle carceri e queste torneranno completamente sotto il controllo del governo, ci sarà ancora molto da fare per sradicare la tortura.

Tags: criminedetenzionedonneLibiamigrantitorturauominiviolenza
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