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25 anni dopo la scomparsa di Paolo Letizia emergono nuovi elementi

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
7 Ottobre, 2014
in Cronaca, In evidenza
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25 anni dopo la scomparsa di Paolo Letizia emergono nuovi elementi
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imagesEra il 19 settembre del 1989 quando lo stereo di Paolo Letizia cantò per l’ultima volta la sua canzone preferita “Bohemian Rhapsody” dei Queen.

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Quello fu il giorno in cui tre uomini armati lo avevano rapito e fatto sparire per sempre da Casal di Principe.

Era trascorso un anno dalla morte del fondatore del clan dei Casalesi, Antonio Bardellino, potente e ricco camorrista ucciso in Brasile con un bastone che gli spaccò in due la testa. La sparizione di Paolo si inserisce in quel contesto, quando i «morti a terra» si contavano ogni giorno. Una storia fatta di silenzi e di sussurrati incontri, anche con i boss della sua terra, come Antonio Iovine «O’ninno».

Perché Paolo era un giovane con la testa calda, uno che non si lasciava mettere a terra da spavaldi coetanei.

Sempre alla guida di una Porsche, figlio di un imprenditore che distribuiva gelati con un’impresa dal fatturato annuo di 500 milioni di lire, era un ribelle, istintivamente sovversivo, mosso da un certo insopprimibile bisogno di ribellarsi, non importava a cosa.

Per questo si era legato anche a Francesco Della Corte, colui che, anni dopo, diventerà un killer per mano del clan dei Casalesi, ora pentito.

Per questo era finito pure in carcere, e aveva anche preso a pugni un detenuto. Poi, a fatica, aveva cercato di uscire da quel baratro.

Aveva solo 21 anni e viveva in un posto dove, probabilmente, i bambini crescono in fretta. Quel giorno di settembre, mentre si trovava a Villa di Briano con un amico e due ragazze, tre persone armate e incappucciate si avvicinarono a Paolo e lo costrinsero a salire nella loro auto, una Fiat Uno bianca.

Le indagini sulla sua scomparsa curate dal pm della procura di Santa Maria Capua Vetere, Mario Gazzilli, si chiusero il 14 maggio del 1990, otto mesi dopo.

Nel 1996 Gazzilli, diventò deputato con Forza Italia, fino al 2001.

Il fascicolo venne archiviato nonostante una testimone, una donna, il giorno stesso della scomparsa di Paolo, avesse riconosciuto in una Fiat Uno – simile a quella dei rapitori – Giuseppe Russo detto «O’Padrino», killer della camorra. Ma nel marzo scorso qualcosa si è mosso.

Due pm hanno ripreso in mano il fascicolo e stanno ricostruendo il caso irrisolto relativo alla scomparsa di Paolo.

Si tratta di Antonello Ardituro, della Dda di Napoli, e Patrizia Dongiacomo, della Procura di Santa Maria Capua Vetere. Il fascicolo contro ignoti, un «cold case», dunque, è stato riaperto.

L’indagine si è arricchita di nuove dichiarazioni di collaboratori di giustizia, soprattutto grazie alla testimonianza dello stesso Francesco Della Corte – l’uomo che nel 2009 seppellì i corpi di due affiliati sotto tre metri di terra, avvolgendoli in asciugamani – amico di Paolo. In virtù delle nuove indagini, venticinque anni dopo il rapimento e l’omicidio di Paolo Letizia, fedele al boss Antonio Bardellino, la Direzione investigativa antimafia ha notificato ad esponenti di vertice del clan dei Casalesi detenuti una misura cautelare emessa dal gip di Napoli.

Le ordinanze sono state emesse sulla base di nuovi elementi con i quali gli investigatori hanno ricostruito le vicende relative al rapimento e alla soppressione di Paolo Letizia, avvenuti la sera del 19 settembre del 1989.

Il giovane venne “fatto sparire” in un momento di massima recrudescenza della “pulizia etnica” che il clan dei Casalesi, nato dopo l’eliminazione di Antonio Bardellino, stava conducendo nei confronti degli affiliati rimasti fedeli ai parenti di quest’ultimo.     Le nuove indagini sul “cold case” ricostruiscono la scomparsa del giovane e individuano i presunti responsabili del delitto. In questi anni decine sono stati gli appelli e gli interventi dei familiari, sui giornali e in televisione, per chiedere giustizia sulla vicenda.

Le misure cautelari emesse per l’omicidio Letizia sono cinque due delle quali – scrive l’Agi – sono indirizzare al boss dei Casalesi, Francesco Schiavone detto Sandokan che è detenuto in regime di 41 bis, come un altro destinatario del provvedimento restrittivo, il boss Francesco Bidognetti.

 

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