Alla Festa del Cinema di Roma arriva “Mustang”, il film documentario diretto da Kasia Smutniak. Al centro ci sono le immagini di un viaggio compiuto nel 2003 insieme a Pietro Taricone e una promessa rimasta sospesa dopo la sua morte. La voce narrante è quella della figlia Sophie
Pietro Taricone torna sul grande schermo, ma questa volta non attraverso una fiction e nemmeno attraverso un film che ne racconti semplicemente la vita.
Torna attraverso immagini private, girate più di vent’anni fa, quando era ancora lontano il destino che lo avrebbe trasformato in uno dei volti più riconoscibili della televisione e del cinema italiano.
È “Mustang”, il documentario diretto da Kasia Smutniak, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026 nella sezione Progressive Cinema. Un film di 105 minuti che nasce da un viaggio compiuto nel 2003 da Smutniak e Taricone nel Mustang, una remota regione dell’Himalaya, e che attraversa più di vent’anni di vita, memoria e trasformazioni.
Non è quindi soltanto un film su Pietro Taricone.
È la storia di una promessa, di una famiglia e di un luogo che continua a esistere nella memoria di chi quel viaggio lo aveva condiviso.
Il viaggio del 2003
Nel 2003 Kasia Smutniak e Pietro Taricone si conoscevano da poco.
Decisero di partire insieme verso il Mustang, regione del Nepal conosciuta anche come una sorta di “ultimo Tibet”, portando con sé uno zaino e una piccola videocamera.
Quelle immagini, realizzate senza l’idea di costruire un film, sarebbero rimaste per anni come una testimonianza privata di quel viaggio.
Il Mustang diventa per entrambi qualcosa di più di una destinazione.
È un luogo nel quale entrare in contatto con una cultura lontana e con un modo di vivere profondamente diverso da quello occidentale.
Durante quel viaggio nasce anche una promessa: tornare e fare qualcosa per proteggere quella cultura.
Una promessa che il destino avrebbe reso impossibile mantenere insieme.
La morte di Taricone
Pietro Taricone muore il 29 giugno 2010, a 35 anni, dopo un grave incidente durante un lancio con il paracadute a Terni.
Dopo la caduta viene trasportato in ospedale e sottoposto a un lungo intervento chirurgico. Le lesioni riportate sono gravissime e, nella notte, Taricone muore.
La sua morte interrompe una vita che aveva già preso una direzione molto diversa da quella immaginata quando, dieci anni prima, era entrato nella prima edizione del “Grande Fratello”.
Da concorrente del reality era diventato attore, lavorando in televisione e al cinema, ma è anche dopo la sua morte che quel viaggio nel Mustang acquista un significato diverso.
La promessa continua attraverso Kasia e Sophie
Kasia Smutniak torna nel Mustang negli anni successivi e non lo fa soltanto per mantenere viva la memoria di Taricone.
Con lei c’è anche la figlia Sophie, nata dalla relazione con Pietro.
È proprio Sophie, ormai ventenne, a riscoprire le immagini del viaggio del 2003.
Da quelle videocassette e da quei filmati nasce il percorso narrativo di “Mustang”.
Il documentario diventa così un dialogo tra generazioni.
Da una parte ci sono le immagini di due giovani che partono insieme verso un territorio sconosciuto.
Dall’altra c’è una figlia che osserva quelle immagini molti anni dopo e prova a ricostruire una parte della storia dei suoi genitori.
Una scuola nel cuore del Mustang
Il viaggio di Kasia Smutniak nel tempo non si limita alla memoria.
Nel corso degli anni l’attrice e regista instaura un rapporto con la comunità locale e con una donna, Kunzom Thakuri, che diventa una figura centrale nella storia.
Da quel rapporto nasce un progetto concreto: la costruzione di una scuola che permetta ai bambini della regione di continuare gli studi senza essere costretti ad allontanarsi dalle proprie famiglie.
È la realizzazione di quella promessa fatta tanti anni prima.
Un modo per trasformare un ricordo in qualcosa che continua a vivere nel presente.
Il punto di vista di Sophie
È forse questo uno degli elementi più originali del documentario.
“Mustang” non racconta Taricone soltanto attraverso chi lo ha conosciuto.
Lo racconta attraverso lo sguardo della figlia.
Sophie non era ancora nata quando i suoi genitori partirono per il Mustang nel 2003. Oggi, a vent’anni, osserva quelle immagini e ricostruisce una storia che appartiene alla sua famiglia ma che, inevitabilmente, parla anche del tempo.
Il film attraversa così più di due decenni: il viaggio dei genitori, la nascita di Sophie, la morte di Pietro, i successivi viaggi di Kasia e la crescita della figlia.
Un arco temporale nel quale cambiano le persone, cambiano i luoghi e cambia il significato delle immagini.
Dal “Grande Fratello” al cinema
Per molti italiani Pietro Taricone resta indissolubilmente legato alla prima storica edizione del “Grande Fratello”, quella del 2000.
Taricone si classificò terzo, ma fu uno dei concorrenti che più lasciarono il segno nell’immaginario del pubblico.
Dopo il reality, però, costruì una carriera diversa.
Arrivarono la televisione, il cinema e la fiction. Tra i suoi lavori ci furono “Distretto di polizia”, “Radio West” e “Ricordati di me” di Gabriele Muccino.
Il soprannome di “guerriero”, nato proprio durante gli anni del Grande Fratello, finì per accompagnarlo per tutta la carriera.
“Mustang” sceglie però di raccontare un’altra parte di Taricone: quella privata, lontana dalle telecamere televisive e dalla notorietà.
Un film sulla memoria, non sulla nostalgia
La stessa struttura del documentario suggerisce un racconto che va oltre il semplice omaggio.
Le immagini del 2003 appartengono al passato, ma vengono rilette dal presente.
La morte di Pietro è una frattura nella storia familiare, ma non è il punto finale.
Il Mustang diventa il luogo nel quale il passato continua a dialogare con il presente e nel quale una promessa privata si trasforma in un progetto per una comunità.
Il film affronta così temi come memoria, identità, perdita, rapporto tra generazioni e trasformazione di un territorio sottoposto al confronto con il mondo occidentale.
“Mustang” alla Festa del Cinema di Roma
Il documentario è diretto da Kasia Smutniak, scritto dalla stessa Smutniak insieme a Marella Bombini e prodotto da Domenico Procacci e Smutniak.
La produzione è di Fandango, in associazione con Luce Cinecittà e con la partecipazione di Pietro Taricone Onlus. Il film è distribuito da Fandango Distribuzione.
“Mustang” è inserito nel concorso Progressive Cinema della XXI Festa del Cinema di Roma.
La fotografia è di Paolo Pisacane, il montaggio di Ilaria Fraioli, le musiche di Lorenzo Tomio e il montaggio del suono di Gianfranco Marongiu.
Ventitré anni dopo
Il viaggio raccontato da “Mustang” è cominciato nel 2003.
Sono passati 23 anni da quelle immagini.
Nel frattempo Pietro Taricone è morto, Sophie è diventata adulta, Kasia ha trasformato quel viaggio in un legame duraturo con una comunità del Mustang e quella promessa fatta da due giovani è diventata una scuola.
Per questo il documentario non è soltanto il racconto di ciò che è stato.
È il racconto di ciò che rimane.
Non una fotografia immobile di Pietro Taricone, ma immagini che continuano a muoversi nel tempo e che, attraverso sua figlia, trovano una nuova voce.
Pietro partì per il Mustang nel 2003. Non sarebbe più tornato, ma quel viaggio, ventitré anni dopo, continua a raccontare qualcosa di lui.











