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Cinque anni senza Emanuele Melillo: la morte di un giovane autista a Capri che continua a interrogare sulla sicurezza sul lavoro

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
23 Luglio, 2026
in Cronaca, In evidenza
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Cinque anni senza Emanuele Melillo: la morte di un giovane autista a Capri che continua a interrogare sulla sicurezza sul lavoro
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Sono trascorsi cinque anni dalla tragedia che costò la vita a Emanuele Melillo, il giovane autista dell’Azienda Trasporti Capri (ATC) morto il 22 luglio 2021 mentre era alla guida di un autobus di linea sull’isola di Capri. Aveva 33 anni, era un lavoratore precario e quel giorno stava semplicemente svolgendo il proprio turno di lavoro.

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L’autobus, partito da Anacapri e diretto a Marina Grande, uscì improvvisamente di strada lungo la Strada Provinciale 66, sfondò la barriera di protezione e precipitò per circa quindici metri su uno stabilimento balneare sottostante. Nell’impatto rimasero feriti 23 passeggeri, mentre Emanuele perse la vita.

Quella tragedia fece immediatamente il giro d’Italia. Ma, anziché concentrarsi esclusivamente sulle possibili cause dell’incidente, nei giorni successivi l’attenzione si spostò anche sul conducente. Si parlò dell’ipotesi di un malore, dell’eventuale assunzione di sostanze stupefacenti e delle sue condizioni di salute. Un dibattito che finì inevitabilmente per mettere al centro la vittima, alimentando interrogativi che, nel corso dell’inchiesta, si sono intrecciati con ben altre responsabilità. 

Le indagini e le responsabilità contestate

L’inchiesta della Procura di Napoli ha infatti evidenziato un quadro molto più complesso rispetto all’ipotesi di una semplice fatalità.

Secondo gli accertamenti, la barriera metallica contro cui impattò il bus risultava deteriorata e non idonea a contenere un mezzo di quelle dimensioni. Gli investigatori hanno inoltre ricostruito che da tempo erano state segnalate criticità relative alla sicurezza di quel tratto di strada. 

Le indagini hanno inoltre acceso i riflettori sulla gestione della sorveglianza sanitaria del personale e sui controlli interni dell’azienda di trasporto. Per questi motivi sono stati rinviati a giudizio il legale rappresentante dell’ATC, il medico competente incaricato della sorveglianza sanitaria dei lavoratori e un funzionario della Città Metropolitana di Napoli, chiamato a rispondere delle contestazioni relative alle barriere di contenimento presenti nel luogo dell’incidente. 

Nel corso del processo sono emersi ulteriori elementi. Una consulenza tecnica ha ricostruito che il bus percorse circa 300 metri prima di precipitare e che la ringhiera non resistette all’urto perché gravemente compromessa dalla corrosione. È stato inoltre chiarito che Emanuele Melillo morì a causa dei traumi riportati nell’impatto e non per un presunto malore improvviso. 

L’ultima manovra che evitò una strage

Tra gli aspetti più drammatici della vicenda resta la ricostruzione dell’ultima fase dell’incidente.

Secondo quanto emerso dalle indagini e dalle consulenze tecniche, Emanuele tentò fino all’ultimo di controllare il mezzo, evitando conseguenze ancora più devastanti per i passeggeri a bordo e per le persone presenti nell’area sottostante. Un gesto disperato che, secondo gli inquirenti, contribuì a limitare il bilancio della tragedia, salvando la vita delle decine di persone trasportate dall’autobus. 

Una vicenda che riguarda tutti

A cinque anni di distanza, quella di Emanuele Melillo non è soltanto la storia di un incidente stradale. È una vicenda che continua a interrogare il Paese sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro, della manutenzione delle infrastrutture e delle responsabilità di chi è chiamato a garantire condizioni sicure per lavoratori e cittadini.

Ogni anno in Italia centinaia di persone escono di casa per andare a lavorare e non fanno più ritorno. Dietro ciascuno di quei numeri ci sono famiglie, figli, genitori e vite spezzate.

Per questo il nome di Emanuele Melillo non può essere ricordato soltanto come quello dell’autista morto nel bus precipitato a Capri. Deve rappresentare una domanda che continua a pretendere una risposta: quella morte era davvero inevitabile oppure poteva essere evitata?

È una differenza enorme. Ed è proprio dentro quella differenza che si misura il valore della giustizia.

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