A distanza di poco più di due mesi, Ponticelli torna a fare i conti con l’omicidio di un altro giovane.
Il 3 febbraio scorso, il quartiere era stato sconvolto dall’omicidio di Ylenia Musella, 22 anni, uccisa a coltellate nel rione Conocal al culmine di una lite familiare con il fratello, poi fermato e reo confesso.
Una tragedia consumata tra le mura domestiche, ma maturata in un contesto complesso, segnato da disagio sociale e dalla presenza di ambienti criminali nel quartiere della periferia orientale di Napoli che conta dozzine di rioni di edilizia popolare controllati dai clan attivi in zona.
In quei giorni, istituzioni e politica avevano acceso i riflettori su Ponticelli. Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica aveva promesso un cambio di passo: più controlli, maggiore presenza delle forze dell’ordine, ma soprattutto interventi sociali per sottrarre i minori al rischio criminalità. Un piano che avrebbe dovuto incidere nel quotidiano del quartiere, non solo nelle emergenze. Un piano operativo dettagliato per il quartiere Ponticelli, che secondo quanto annunciato dal sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, sarebbe stato pronto entro 30 giorni.
A distanza di, ormai, due mesi da quella promessa, la realtà racconta un’altra storia.
All’alba del 7 aprile, a pochi chilometri di distanza dal rione Conocal, nel “parco di Topolino”, è stato ucciso Fabio Ascione, 20 anni, incensurato. Un ragazzo che lavorava, che non aveva legami con ambienti criminali, colpito da un proiettile mentre rientrava a casa dopo il il turno di lavoro al bingo di Cercola. Un agguato su cui indagano i carabinieri, mentre sembra prendere sempre più forma l’ipotesi di uno scambio di persona o comunque di una morte innocente, l’ennesima tragedia in cui a perdere la vita è stato un giovane estraneo alle dinamiche camorristiche.
Due storie diversissime, ma unite dallo stesso scenario: un quartiere dove la violenza continua a insinuarsi nella vita quotidiana. E le istituzioni restano a guardare, riempendo i vuoti che si alternano tra una morte e l’altra di promesse effimere che puntualmente non trovano concreto riscontro nella realtà.
Nel caso di Ylenia, si è parlato di una tragedia familiare maturata in un contesto fragile, con tensioni pregresse e un ambiente già segnato da difficoltà sociali.
Nel caso di Fabio, invece, emerge con forza un altro dato: anche chi sceglie una strada diversa, fatta di lavoro e normalità, non è al sicuro.
Ed è proprio qui che le promesse si incrinano.
Se dopo l’ennesimo fatto di cronaca che sconvolge, commuove e indigna l’opinione pubblica si annunciano più controlli, ma un altro ragazzo viene ucciso all’alba sotto casa, allora qualcosa non ha funzionato.
Se si parla di progetti per i giovani, ma quei giovani continuano a vivere in contesti dove la violenza è a portata di mano, allora quei progetti non sono destinati realmente a loro o comunque, qualche errore madornale continua a ripetersi, senza che nessuno si prodighi per capire come intervenire per fermare questa mattanza di giovani.
Ponticelli resta un territorio sospeso tra due mondi: da una parte chi prova a costruirsi un futuro onesto, dall’altra una realtà in cui la criminalità, organizzata, minorile, di genere, diffusa e in tutte le sue altre forme, continua a dettare tempi e paure.
L’omicidio di Fabio Ascione arriva così a spezzare definitivamente l’illusione che bastino annunci e riunioni per cambiare le cose, perché la differenza non la fanno le parole pronunciate dopo una tragedia, ma ciò che concretamente accade nei giorni successivi.
E oggi, a Ponticelli, la sensazione è che tra quelle promesse e la realtà ci sia ancora una distanza enorme.











