Un murale ostentato con orgoglio, quello realizzato in via Luigi Franciosa, nel quartiere di Ponticelli e che concorre a sollevare l’allarme sulla celebrazione simbolica della criminalità organizzata nello spazio pubblico. L’opera raffigura Salvatore Casella, detto “Paglialone”, figura storica della camorra di Napoli Est e per anni attivo nella zona di Ponticelli.
Casella è stato prima figura apicale del clan Sarno, per poi diventare promotore di un sodalizio autonomo, fondato sul controllo capillare del territorio e su una fitta rete di relazioni criminali radicate nel quartiere. Dopo la sua morte, la leadership del gruppo è passata prima ai figli e, successivamente, ai nipoti, soprattutto dopo i recenti arresti che hanno notevolmente indebolito il clan, confluito nell’alleanza composta dalle vecchie famiglie camorristiche dell’ala orientale di Napoli: i Minichini, i De Luca Bossa e “le pazzignane”, in primis.
Il murale non rappresenta soltanto un omaggio post mortem al fondatore e fautore del clan Casella, ma si inserisce in una strategia più ampia di mitizzazione delle figure simbolo della cosca, così come dimostra lo scatto che ritrae uno dei giovani rampolli della famiglia, chiaro segnale di una continuità criminale che si vuole ostinatamente legittimare agli occhi del quartiere.
Non si tratta di un episodio isolato. Murales e edicole votive abusive dedicate a boss o affiliati rappresentano da anni uno strumento di propaganda camorristica, realizzato quasi sempre senza autorizzazioni, con l’obiettivo di occupare lo spazio urbano e imporre una narrazione alternativa a quella dello Stato. Simboli che parlano soprattutto ai più giovani, alimentando velleità criminali e modelli distorti di potere e rispetto.











