Antonio Raia aveva 21 anni, era studente del terzo anno all’Istituto Universitario Navale di Napoli e aveva scelto la strada della non violenza come pacifista e obiettore di coscienza. La sua vita fu spezzata il 12 febbraio 1991 in un agguato che non gli apparteneva e che lo vide coinvolto suo malgrado mentre svolgeva il servizio civile assegnatogli in sostituzione della leva militare obbligatoria.
Quel giorno Antonio si trovava a bordo di una Fiat Uno insieme all’uomo che stava assistendo nell’ambito del servizio civile, Pasquale Trotto, un 54enne quasi cieco e senza mani a causa di menomazioni riportate anni prima, e al figlio di quest’ultimo. I tre procedevano lentamente lungo corso Umberto I nel pieno del traffico mattutino quando due persone a bordo di uno scooter si sono avvicinate all’auto e hanno aperto il fuoco contro Trotto, ritenuto il bersaglio dell’agguato per i suoi presunti legami con ambienti camorristici della zona.
I sicari spararono diversi colpi con una pistola a tamburo: alcuni raggiunsero Trotto, ma alcuni proiettili colpirono anche Antonio, che guidava il veicolo. Il giovane cadde mortalmente ferito e morì prima di arrivare in ospedale, ancora incapace di comprendere perché fosse finito in quella violenza cieca da cui aveva sempre voluto prendere le distanze. Trotto, gravemente ferito, sopravvisse per alcuni giorni in ospedale prima di morire.
Antonio era nato a Somma Vesuviana: odiava le armi, disprezzava la violenza e aveva scelto la via dell’obiezione di coscienza, evitando la leva militare per dedicarsi a un servizio di utilità sociale. Nel corso del servizio civile aveva assunto il compito di accompagnare e assistere persone con disabilità, convinto che fosse un modo concreto per aiutare il prossimo. La sua decisione di servire la collettività si trasformò però in una tragica coincidenza con la violenza criminale che imperversava nel territorio dell’hinterland napoletano.
Il giovane studente, che aveva scelto di non impugnare alcuna arma nella sua vita, perse la vita in una guerra di camorra che non aveva mai voluto combattere. La sua figura di pacifista ucciso dalle mafie è rimasta per anni poco ricordata, ma l’impegno di associazioni e familiari continua a tenere viva la sua memoria, specialmente nelle manifestazioni dedicate alle vittime innocenti delle mafie.
Ogni anno, in occasione del 12 febbraio, istituzioni locali e associazioni dei familiari delle vittime si stringono nel ricordo di Antonio Raia e di altri innocenti uccisi dalla criminalità organizzata, ribadendo l’importanza di legalità, impegno civile e memoria collettiva. Per la sorella Giusy e per molti nel suo paese natale, Antonio resta il simbolo di un giovane pieno di vita, altruista e disponibile, strappato ai suoi sogni e ai suoi progetti per il futuro.











