Il pomeriggio del 12 febbraio 1993, Vincenzo D’Anna, 60 anni, proprietario di una piccola impresa edile, venne ucciso dalla camorra nel quartiere di Secondigliano, alla periferia settentrionale di Napoli. La sua storia è ricordata ancora oggi come una delle vicende più emblematiche di resistenza civile contro il racket delle estorsioni imposto dai clan.
D’Anna era titolare della “D’Anna costruzioni srl”, un’impresa attiva soprattutto nei lavori di ristrutturazione di condomini e edifici nella zona di Secondigliano. Con grande sacrificio aveva costruito la sua attività, garantendo lavoro a operai e collaboratori e dedicandosi con passione e dignità al proprio mestiere.
Negli anni precedenti all’omicidio l’imprenditore aveva ricevuto ripetute minacce con armi da parte di esponenti del clan camorristico Licciardi, attivo proprio in quel territorio: la camorra pretendeva da lui una tangente pari al 10 % dell’importo dei lavori. D’Anna, pur sotto pressione, aveva più volte rifiutato di pagare il pizzo e non aveva ceduto alle richieste estorsive, arrivando anche a ritardare i pagamenti richiesti per guadagnare tempo e tutelare la propria attività.
Quel 12 febbraio 1993, l’imprenditore si era recato in banca per prelevare i soldi destinati al pagamento delle maestranze e, con circa tre milioni di lire in tasca, si era diretto verso il cantiere di Villa Lucia, in via Monviso, nel rione Monti di Secondigliano. La sua presenza era, con ogni probabilità, già monitorata dai killer.
Poco prima delle 17:00, mentre camminava verso i suoi operai, tre individui armati comparvero all’improvviso. Dopo averlo avvicinato, uno dei malviventi imprecò: “Lo sappiamo che hai i soldi, consegnali”. D’Anna, istintivamente, tentò di fuggire ma fu raggiunto da un colpo di pistola alla schiena, esploso da una calibro 7,65. I killer fuggirono subito dopo, probabilmente a bordo dello stesso scooter con cui erano arrivati.
Ferito gravemente, D’Anna fu immediatamente soccorso da un operaio e trasportato al pronto soccorso dell’ospedale Nuovo Pellegrini, dove morì poco dopo, nonostante i tentativi dei medici di salvarlo.
Le indagini, in quel contesto segnato dall’omertà e dalla presenza camorristica radicata, non riuscirono a identificare gli esecutori materiali dell’omicidio. La mancanza di testimoni oculari e il clima di paura limitarono l’attività investigativa, portando nel tempo alla richiesta di archiviazione per il reato di omicidio. Tuttavia, grazie alla coraggiosa testimonianza dei familiari, fu individuato e alla fine condannato in Cassazione a 8 anni di reclusione il mandante per estorsione collegata alle pressioni esercitate su D’Anna, anche se i killer restano tuttora senza nome.
La figura di D’Anna è spesso ricordata nelle iniziative pubbliche dedicate alla memoria delle vittime innocenti delle mafie. In occasione del 30° anniversario dell’assassinio, l’Associazione Libera ha organizzato incontri commemorativi e l’inaugurazione di una targa alla sua memoria presso l’Istituto Professionale “Vincenzo Telese” di Ischia, alla presenza di familiari e amici che continuano a mantenerne vivo il ricordo.
Per il figlio Emilio D’Anna, il sacrificio del padre è un monito civico: “La criminalità si combatte con il lavoro e con la dignità”, affermazione che si è trasformata in un impegno personale, anche attraverso la partecipazione ad associazioni e iniziative antiracket.
La storia di Vincenzo D’Anna non è solo quella di un imprenditore ucciso per essersi opposto al racket, ma anche il simbolo della resistenza civile di chi ha scelto di difendere la propria libertà e dignità, pur pagando con la vita la propria scelta di non piegarsi alla violenza mafiosa. Anche oggi, a distanza di oltre tre decenni, il suo esempio rivive nei percorsi di memoria e di impegno per la legalità.











