È una storia che nasce in un parcheggio e arriva fino all’aula della Corte d’Assise di Napoli, intrecciando interessi economici, rancori personali e confessioni tardive. Al centro c’è l’omicidio dell’ingegnere Salvatore Coppola, ucciso l’11 marzo 2023 nel parcheggio di un supermercato a San Giovanni a Teduccio, colpito alla nuca al termine di un’azione definita dagli inquirenti rapida, mirata e pianificata.
Un delitto in pieno giorno, in un luogo pubblico, che sin da subito appare come un’esecuzione studiata nei dettagli: appostamento, spari, fuga. Una dinamica che apre la strada a un’indagine complessa, destinata a svelare una presunta catena fatta di mandante ed esecutore.
A orientare l’inchiesta sono soprattutto le immagini di videosorveglianza, la ricostruzione degli spostamenti prima e dopo l’agguato e una serie di riscontri sul territorio. Gli investigatori mettono insieme un mosaico di contatti, incontri e movimenti che conduce a un’ipotesi chiave: l’omicidio non sarebbe frutto di un raptus, ma un delitto commissionato, maturato per un movente economico.
Secondo l’impianto accusatorio, il cuore della vicenda sarebbe una disputa legata alla vendita di una villa in via De Lauzieres, a Portici, finita all’asta. Un bene conteso, carico di valore economico e simbolico, che avrebbe alimentato tensioni sempre più aspre. In questo contesto si colloca lo scontro tra Coppola e Gennaro Petrucci, 72 anni, che stando alle ricostruzioni sarebbe degenerato fino all’idea di eliminare l’ingegnere.
Per lungo tempo Petrucci mantiene una linea difensiva, poi in aula arriva la svolta. L’uomo ammette di essere il mandante dell’omicidio: «Io sono il mandante… chiedo scusa alla famiglia», dichiara davanti ai giudici.
Parole che segnano un punto di non ritorno nel processo, accompagnate dalla consapevolezza di un destino carcerario che, nelle sue stesse parole, potrebbe significare “morire in carcere”.
Quando il quadro sembra ormai definito, arriva un ulteriore tassello destinato a pesare sul processo. Mario De Simone, 65 anni, detenuto da circa due anni e indicato come esecutore materiale, invia un manoscritto alla Corte d’Assise. In quelle righe si attribuisce l’omicidio senza mezzi termini: «È tutto vero… gli sparai alla nuca».
Una frase che rafforza il binomio mandante-esecutore e che entra agli atti come elemento dirompente, perché rivendica direttamente l’azione omicidiaria.
Nel racconto che emerge, il movente economico torna con forza. L’omicidio sarebbe stato pattuito per 20mila euro. Nelle ricostruzioni compaiono anche dettagli che colpiscono per la loro crudezza: una prima tranche, somme minori, persino 500 euro e quattro bottiglie di vino consegnate la sera dell’omicidio. Particolari che, se confermati, restituiscono l’immagine di una vita umana “pagata a rate”.
Sul fondo della vicenda c’è anche la figura di Silvana Fucito, moglie di Petrucci, in passato indicata come simbolo di denuncia contro i clan dopo l’incendio del suo negozio. Oggi, suo malgrado, si ritrova coinvolta in una storia giudiziaria che ribalta quell’immagine pubblica, mostrando quanto il confine tra vittime e carnefici possa diventare tragicamente ambiguo.
Le confessioni del presunto mandante e la lettera dell’esecutore rappresentano passaggi cruciali, ma non chiudono il processo. La Corte d’Assise dovrà ora verificare la tenuta di ogni dichiarazione, confrontandola con prove, riscontri, immagini e testimonianze già agli atti.
La verità giudiziaria sull’omicidio Coppola è ancora in costruzione. Ma una cosa, ormai, emerge con chiarezza: dietro quei colpi esplosi in un parcheggio di periferia c’è una storia di interessi, rancori e scelte irreversibili, dove il valore della vita è stato ridotto a una cifra scritta su un foglio.











