Il 15 gennaio 1994 ad Acquaro, piccolo centro delle Preserre vibonesi, scompare nel nulla Giuseppe Russo, detto Pino, un giovane di 22 anni la cui vita si spegne tragicamente sotto la violenza della criminalità organizzata calabrese. Quel giorno Pino esce di casa per recarsi come al solito al mercato settimanale di Vibo Valentia, promettendo ai familiari di fare ritorno per pranzo. Mai farà ritorno. La sua scomparsa getta subito la famiglia nel panico e avvia una lunga e angosciosa ricerca.
Le indagini, però, non portano immediatamente a risultati. Per mesi la comunità resta in apprensione, fino a quando, nella primavera del 1994, grazie alla collaborazione di uno degli esecutori materiali dell’omicidio che decide di pentirsi e collaborare con la giustizia, gli inquirenti riescono a scoprire la macabra verità. Il corpo di Pino Russo viene ritrovato il 21 marzo 1994 sepolto in una fossa in località impervia nei pressi di Dinami, ricoperto di terra e occultato come in una tipica lupara bianca.
Secondo le dichiarazioni dei pentiti e la ricostruzione giudiziaria, il movente dell’omicidio è agghiacciante nella sua banalità: Pino si era innamorato di una ragazza che per la ‘ndrangheta non poteva essere la sua compagna perché era cognata di un boss della cosca Gallace, radicata tra Gerocarne e Arena. Il boss, identificato come Antonio Gallace, non accettò la relazione e ordinò che il giovane fosse punito. Secondo la sentenza, fu una decisione motivata da una “visione distorta delle ragioni di onore familiare” e dalla necessità di dimostrare il controllo totale sulla famiglia e sul territorio. Per eseguire l’ordine vennero coinvolti anche elementi criminali delle cosche Albanese di Candidoni e delle famiglie Oppedisano e Morfei di Monsoreto di Dinami. I killer attirano Pino in una trappola, lo uccidono con un colpo di pistola alla testa e lo abbandonano nella fossa, dove resterà fino alla sua scoperta.
Nel corso dei processi, vari esecutori materiali del delitto si pentono e collaborano, consentendo di identificare mandanti ed esecutori e di fare luce su quello che era stato per anni un caso di scomparsa irrisolto. La figura di Pino Russo è diventata simbolo della ferocia con cui la ‘ndrangheta può calpestare diritti umani fondamentali, come la libertà di amare e di scegliere la propria vita. La sua morte è oggi ricordata non solo nella regione, ma in tutta Italia come esempio di vittima innocente di mafia. In occasione del trentesimo anniversario della sua morte, associazioni come Libera hanno promosso iniziative di memoria e dialogo con le nuove generazioni sul tema delle mafie e dei diritti negati.
La storia di Giuseppe “Pino” Russo resta una delle più struggenti testimonianze di come un giovane innocente possa essere strappato alla vita per motivi di potere, di controllo e di tradizioni criminali distorte, che negano persino la dignità dell’amore.











