Il 4 gennaio 2003 rimane una data tragica nella memoria collettiva della provincia di Napoli: quel giorno l’imprenditore 45enne Domenico Pacilio venne ucciso davanti alla sua abitazione, in un agguato di matrice camorristica legato alla sua decisione anni prima di opporsi ai racket e alle estorsioni.
Erano circa le cinque del mattino quando tre persone armate attesero Pacilio sotto casa, in via Corso Garibaldi a Grumo Nevano. Appena l’imprenditore azionò il telecomando del cancello per entrare, i killer aprirono il fuoco con una raffica di circa venti proiettili, colpendolo mortalmente mentre si trovava a pochi metri dall’ingresso. La scena si svolse davanti alla sua Mercedes parcheggiata di fronte alla villa, a pochi metri dalle camere dove dormivano la moglie e i figli. Pacilio morì sul colpo.
La dinamica dell’omicidio, brutalmente eseguita all’alba, richiamò immediatamente l’attenzione delle forze dell’ordine su un possibile movente camorristico. Nonostante Pacilio non avesse precedenti penali, gli investigatori considerarono l’ipotesi di una vendetta legata alla sua posizione di imprenditore che in passato aveva sfidato il racket estorsivo.
Il valore simbolico della figura di Pacilio si radica soprattutto nella sua scelta, negli anni ’90, di denunciar e una banda di estorsori, procurandone l’arresto e la condanna di uno degli affiliati. Questo atto di coraggio, raro e rischioso in un’epoca in cui molti imprenditori subivano in silenzio le pressioni della criminalità organizzata, lo aveva contraddistinto a livello locale.
Secondo le pagine dedicate alle vittime della camorra, l’omicidio del 4 gennaio 2003 viene inserito tra i casi di imprenditori uccisi per rappresaglia dopo essersi ribellati al sistematico pagamento del “pizzo”.
La famiglia Pacilio era ben nota nell’area di Grumo Nevano e oltre: imprenditori attivi in vari settori con un ruolo pubblico e sociale. La sua uccisione sconvolse la comunità locale e venne vissuta come un monito tragico sulle conseguenze che possono derivare dalla decisione di sfidare il racket delle estorsioni.
La storia di Domenico trova eco anche nella vicenda di suo fratello Rodolfo Pacilio, anch’egli imprenditore, poi ucciso nel 2006 a Sant’Antimo (NA) in un altro attentato attribuito alla criminalità organizzata, rafforzando il dolore e l’impatto sulla comunità.
Oggi, a distanza di anni, la vicenda di Domenico Pacilio è ricordata tra le storie delle vittime innocenti di camorra, come testimonianza di chi scelse di reagire alla violenza criminale con la denuncia, pagando un prezzo estremamente alto per la propria libertà e dignità.











