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17 dicembre 1992: ucciso Giuseppe Borsellino, padre in cerca di giustizia per l’omicidio del figlio Paolo

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
17 Dicembre, 2025
in Cronaca
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17 dicembre 1992: ucciso Giuseppe Borsellino, padre in cerca di giustizia per l’omicidio del figlio Paolo
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Giuseppe Borsellino voleva una sola cosa: sapere chi aveva ucciso suo figlio Paolo. Non chiedeva vendetta, non cercava scorciatoie. Chiedeva verità e giustizia. Per questo bussava ogni giorno alle porte di carabinieri e magistrati, per questo faceva nomi, ricostruiva fatti, indicava responsabilità. E per questo, sapeva di essere un bersaglio.

Lo aveva detto chiaramente: «Sono un cadavere ambulante».
Ma nessuno lo ha protetto.

Il 17 dicembre 1992, nel cuore di Lucca Sicula, un piccolo paese tra Agrigento e Trapani, Giuseppe Borsellino viene assassinato in pieno giorno, in piazza, davanti a tutti. Trentasette colpi di mitraglietta lo travolgono mentre rientra in auto dopo aver comprato le sigarette. I killer agiscono con freddezza militare, sotto gli occhi di un paese che guarda e tace. È l’epilogo di una morte annunciata.

Giuseppe Borsellino aveva 54 anni quando gli uccisero il figlio Paolo, giovane imprenditore del calcestruzzo, assassinato il 21 aprile 1992. Paolo aveva detto no alla mafia, rifiutando di cedere la propria azienda a chi voleva impossessarsene con intimidazioni e violenze. Quel rifiuto gli è costato la vita.

Da quel momento Giuseppe cambia. Si veste di nero, si lascia crescere la barba, si isola. Ma soprattutto decide di non tacere. Racconta agli inquirenti delle pressioni, delle minacce, degli incendi ai camion, delle richieste di denaro “per gli amici carcerati”. Spiega che il figlio potrebbe essere stato una vittima sacrificale di uno scontro tra cosche. Chiede la scorta, implora protezione.

Il prefetto non firma. Gli viene concesso solo un passaggio sporadico dei carabinieri davanti casa. A un certo punto gli viene persino suggerito che, per avere protezione, dovrebbe dichiararsi “pentito”. Una beffa crudele per un uomo che non aveva nulla di cui pentirsi se non della fiducia riposta nelle istituzioni.

Giuseppe Borsellino parla troppo, sa troppo. E resta solo.
Le sue dichiarazioni diventano di dominio pubblico, le notizie trapelano, mentre nessuno viene arrestato. Lui continua a ripetere: «Prendeteli, o mi ammazzano». Ma la risposta dello Stato è il silenzio.

Il 17 dicembre 1992, la mafia fa ciò che aveva annunciato. Lo elimina. In piazza. In pieno giorno. Senza fretta.

Oggi i figli Pasquale e Antonella non si rassegnano. Denunciano apertamente quello che ritengono un dato inaccettabile: Giuseppe Borsellino poteva essere salvato. Pasquale, oggi psicologo, parla di una responsabilità morale che va oltre killer e mandanti.

«Mio padre è stato lasciato solo. Se accanto a noi ci fosse stato qualcuno, se lo Stato avesse fatto il suo dovere, oggi sarebbe vivo».

Le domande restano sospese, pesanti come macigni: perché non è stata data la scorta a un uomo che collaborava apertamente? Perché le sue dichiarazioni non hanno portato a interventi immediati? Di chi è la responsabilità della sua morte?

A distanza di oltre trent’anni, la famiglia Borsellino attende ancora che Giuseppe e Paolo vengano riconosciuti ufficialmente come vittime di mafia. Attende giustizia, ma anche memoria. Perché se è vero che la mafia uccide con le armi, è altrettanto vero che l’indifferenza, l’omertà e l’inerzia istituzionale possono uccidere una seconda volta.

Giuseppe Borsellino non era un eroe per vocazione. Era un padre. Un lavoratore. Un uomo onesto che ha creduto nello Stato fino alla fine. E proprio per questo la sua storia continua a interrogare l’Italia: quante vite si sarebbero potute salvare, se lo Stato avesse ascoltato davvero chi aveva il coraggio di parlare?

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