Un grande artista e una grandissima canzone
Il principe Antonio De Curtis in arte Totò (Napoli Rione Sanità Stella 15 febbraio 1898 – Roma 15 aprile 1967) scrisse su un pacchetto di sigarette Turmac mentre soggiornava a Formia presso il Grande Albergo Miramare le prime strofe di una canzone passata alla storia: Malafemmina. L’autista personale disse che non gli piaceva ma Totò non buttò quel pacchetto di sigarette e ci ha donato una canzone indimenticabile.
Le riprese del film hanno regalato alla lingua napoletana due testi stupendi, uno dei quali è divenuto una canzone immortale e amata in tutto il mondo. Nel film Totò canta “Gnornò, nun si ‘na femmina”, una sua poesia che appositamente per l’occasione ha musicato e cantato. Ma l’episodio più importante è che durante la lavorazione del film nel Grande Albergo Miramare di Formia Totò annota su un pacchetto di sigarette Turmac le parole pensate sul momento di una canzone, divenuta poi famosa in tutto il mondo. Le fa sentire al suo autista che non le apprezza, ma lui non desiste e continua ad avere nelle orecchie il ritornello. Nel sentire una sirena pensa alla base musicale. Nasce in tal modo “Malafemmena”. I biografi si sono scatenati nell’individuare la donna a cui è dedicata, ma a chi scrive non interessa, ognuno di noi può dedicarla a una donna artefice di una personale cocente delusione sentimentale.
Nel film “Totò terzo uomo”, per la regia di Mario Mattoli, uscito nelle sale cinematografiche italiane nel lontano 23 settembre 1951, l’Italia era uscita dalla tragedia bellica da soli sei anni e Totò si rese protagonista di un film che diede celebrità a Minturno. Il critico cinematografico Arturo Lanocita sul quotidiano Il Corriere della Sera scrisse per l’occasione: “Pietro, Paolo e il terzo uomo sono sempre l’inesauribile Totò le cui trovate, la cui spassosa recitazione e la cui mimica riempiono il film conferendovi una continua comicità”. Tutti gli esterni sono stati girati nel territorio comunale minturnese, mentre gli interni nelle sale del Grande Albergo Miramare, già residenza estiva della Regina Elena di Savoia ed ora il più importante complesso turistico alberghiero formiano condotto con perizia dal direttore Antonio Celletti, coadiuvato dalla sua deliziosa figlia Annangelica.
I locali interni hanno avuto la funzione delle stanze del sindacò. Totò entrava nel portone sito nella Loggia del Paradiso minturnese e scattavano le scene del Miramare. Un Totò eccezionale che interpreta contestualmente tre fratelli, personaggi con caratteristiche caratteriali diverse. In un paese indefinito (Minturno) vivono Pietro e Paolo, due fratelli gemelli di opposti caratteri; Pietro, sindaco del paese, è burbero, preciso, pignolo tutto d’un pezzo, mentre Paolo ama la bella vita e le belle donne. La diatriba tra i due fratelli si ripercuote su tutto il paese, perché la costruzione del nuovo carcere, che darà pane e lavoro a tutti, sorgerà su un terreno di proprietà di Paolo e, nonostante la delibera comunale, Pietro blocca tutto per non favorire il fratello.
A tentare di approfittare della situazione ci proverà Anacleto, il sarto del paese, più bravo ad imbastire truffe che vestiti: egli in galera ha conosciuto Totò, il terzo fratello gemello segreto, che viene istruito per spacciarsi per Pietro e incassare i soldi del terreno. La messa in scena genera una serie di equivoci irresistibili: Totò, nelle vesti del sindaco, si comporta all’opposto, creando caos ovunque, ma esce a mani vuote. I tentativi proseguono anche a casa di Paolo, con altri equivoci con la moglie e la procace cameriera, fino all’arrivo del vero Paolo.
Il processo surreale, la denuncia reciproca dei fratelli, il rapimento da parte dell’oste Oreste per gelosia, e l’intervento dell’ubriacone del paese, unico testimone inascoltato, conducono a una girandola di comicità pura. In tribunale qualcuno sospetta l’esistenza di un terzo fratello: Pietro promette il capanno da pesca, Paolo fucili e cani da caccia. Totò arriva e svela la verità. Per il terzo fratello si apre finalmente una vita serena, in compagnia della bella ex cameriera di Paolo. Il titolo è una parodia de “Il terzo uomo”, ma il richiamo resta solo nominale.
È struggente vedere passeggiare dinanzi al Castello Caracciolo Carafa donne locali negli stupendi costumi di pacchiane, oggi scomparsi dalla quotidianità; per ammirarli bisogna attendere gli appuntamenti folcloristici. Totò meriterebbe il conferimento del titolo di cittadino emerito, conferibile anche agli estinti con delibera del consiglio comunale. In tal senso va sollecitato il sindaco Gerardo Stefanelli, che – senz’altro – recepirà la proposta.











