Secondo l’ultimo rapporto nazionale sull’efficienza e la qualità delle strutture ospedaliere, la regione Campania detiene il triste primato: 51 ospedali sono stati segnalati come “rimandati”, cioè non conformi agli standard richiesti, su circa 1.117 strutture valutate in tutta Italia.
Questo risultato evidenzia un grave problema strutturale: quasi due ospedali su dieci in Italia non superano i requisiti minimi, ma il Sud, e in particolare la Campania, paga il prezzo più alto del divario territoriale.
Le principali aree cliniche in cui emergono problemi sono gravidanza e parto con un’elevata incidenza di parti cesarei, spesso considerati non necessari, e ritardi nell’assistenza ostetrica, ma anche sul fronte cardiocircolatorio si registrano frequenti ritardi nei trattamenti d’urgenza come angioplastiche o gestione di infarti. Criticità anche nei reparti di traumatologia / ortopedia, in particolare la tardiva operatività dopo fratture significative negli over‑65, con ritardi rispetto agli standard raccomandati.
Le criticità riguardano sia ospedali pubblici che privati convenzionati e investono sia la qualità clinica che l’organizzazione, la gestione dei percorsi di cura e tempi di attesa.
Tra le strutture campane, l’unica realtà ospedaliera che spicca è l’A.O.U. Federico II di Napoli, l’unico ospedale della regione inserito tra le eccellenze nazionali, grazie a punteggi alti su quasi tutte le aree cliniche analizzate.
Tuttavia, un singolo ospedale di alto livello non può compensare le carenze diffuse capillarmente. La disparità fra strutture “top” e ospedali bocciati è così ampia che per molti cittadini l’accesso a cure adeguate rimane un’incognita.
Sanità Campana in crisi: non solo ospedali, ma mancanza di medici e servizi territoriali
Il disagio non si limita agli ospedali: la rete territoriale è sotto stress. Recenti segnalazioni denunciano la mancanza di circa 700 medici di famiglia in tutta la Campania, la chiusura di interi ambulatori nelle aree interne e l’impossibilità per numerosi cittadini di avere un medico di riferimento o cure primarie garantite.
Di conseguenza, molti pazienti si vedono costretti a ricorrere ai pronto soccorso per problemi che un tempo sarebbero stati gestiti sul territorio. Questo aggravio di pressione sui reparti ospedalieri peggiora ulteriormente la qualità complessiva del sistema.
In aggiunta, la carenza di strutture intermedie (come ospedali di comunità o residenze per la riabilitazione e l’assistenza post‑acuta) rende difficile per molti pazienti affrontare la fase di convalescenza, con rischi sia clinici che sociali.
Le conseguenze per i cittadini: disuguaglianza, disagi, sfiducia
Questo quadro mette in luce tre rischi concreti per la popolazione campana.
In primis, l‘accesso disuguale alle cure: a seconda della zona di residenza o a quale ospedale si ricorra, la qualità delle cure può variare drasticamente.
Tempi di attesa lunghi o inadeguati: per interventi chirurgici, emergenze cardiologiche o ostetriche, con conseguenze potenzialmente gravi sulla salute.
Poca fiducia nel sistema sanitario pubblico: inevitabile quando le strutture non garantiscono standard minimi, spingendo molti a ricorrere al privato — se possono.
A ciò si aggiunge un costo maggiore per la degenza: secondo i dati più recenti, nei reparti delle strutture del Sud i costi giornalieri per il ricovero sono spesso superiori rispetto al Nord, senza però offrire una qualità corrispondente.










