Il 21 novembre 1987 rimane una data tragica per Catania: in quell’alba piovosa, Gaetano Miano, un panettiere di 29 anni, venne ucciso con una crudeltà che non aveva nulla a che fare con la criminalità attiva, ma con la vendetta contro chi aveva scelto di collaborare con la giustizia. Gaetano viene ricordato ancora oggi come una delle “vittime innocenti delle mafie” — un uomo che non aveva commesso alcun crimine, se non quello di essere fratello di “pentiti”.
Gaetano non era un affiliato: era un semplice panettiere, con una routine fatta di sveglie all’alba per aprire il forno che gestiva in via Vittorio Emanuele, nel cuore del centro storico di Catania. La sua era una vita normale, distante dagli affari criminali, ed era incensurato. Proprio questa normalità disarmava e al tempo stesso lo rendeva vulnerabile.
Quella mattina, Gaetano si avvicinò al suo forno come sempre, ma non arrivò mai vivo al lavoro. Ad attenderlo sotto casa, in via Acquedotto Greco, un commando ignoto. I killer spararono sette colpi di calibro 38 mentre lui cercava scampo: ferito, tentò di rifugiarsi in un portone, ma venne raggiunto e colpito con altri tre proiettili alla testa. Non ci fu pietà: un’esecuzione fredda, pianificata nei dettagli.
Il motivo dell’omicidio era chiaramente legato ai fratelli di Gaetano, Francesco e Roberto Miano, che avevano deciso di collaborare con la giustizia. Francesco e Roberto erano pentiti del clan noto come “dei Catanesi” ed erano coinvolti nel famoso maxi-processo che si stava tenendo a Torino. L’uccisione di Gaetano fu una vendetta mirata: non un avvertimento generico, ma un attacco diretto per intimidire chi sceglie di tradire la mafia.
Le autorità dell’epoca parlarono di “vendetta trasversale”, strategia mafiosa per creare terrore intorno ai pentiti e minacciarne la credibilità. Uccidere un familiare “innocente” era, purtroppo, parte di questo piano: un modo per dire “chi collabora paga, anche se è solo un parente”.
La morte di Gaetano Miano è ancora oggetto di commemorazioni e riflessioni. Per la sua famiglia, è una ferita eterna; per la comunità antimafia, un simbolo della brutalità di Cosa Nostra. Il suo nome è ricordato nelle cerimonie dedicate alle vittime innocenti e nei percorsi educativi nelle scuole: la sua tragica fine serve come monito per chiunque pensi che la “collaborazione” con la giustizia sia un gesto isolato.
Gaetano non ha scelto di essere un simbolo, ma il suo sacrificio lo ha trasformato in una figura di giustizia. Un panettiere che amava alzarsi all’alba per impastare, ma che è stato cancellato per un crimine che non gli apparteneva. La sua memoria ci ricorda che il prezzo della mafia non lo pagano solo i criminali: lo pagano anche gli innocenti.









